Lo smart working nonostante la metropolitana

alessia rapone smartworking

Alessia Rapone, giornalista e copywriter. Lavora per la comunicazione interna di una grande azienda e realizza progetti multimediali. Affascinata dall’audio, è autrice di racconti e documentari per la radio, fra cui Parole in cuffia (2011), Condominium. Come ti rompo le scatole (2014), Smart working. Contro il logorio della vita moderna (2015). 

Alessia ha realizzato per noi anche le interviste a Federico Bianchi C.E.O. di Smartworking S.r.l. (che puoi leggere a questo link) e a Rosario Carnovale dipendente e smartworker convinto (che puoi leggere a questo link).


Quando facevo l’università c’erano alcuni libri che bisognava assolutamente avere, uno era Oltre il senso del luogo, di Joshua Meyrowitz, edizioni Baskerville. Titolo invitante per seguire, in più di 500 pagine, il racconto di come i media elettronici avessero cambiato la percezione di spazi e di tempi, la fruizione delle notizie, la relazione fra persone e prima di tutto la costruzione della propria identità. Un processo destinato a continuare, mancava solo l’ultimo tassello, il lavoro.

Ogni giorno in cui rimango intrappolata nella metropolitana che fa ritardo o per guasti tecnici si blocca, ogni volta che l’amministrazione della città si mostra incapace di fronteggiare un temporale e la pioggia diventa subito “paralisi alluvione”, ripenso al titolo di quel libro del 1995 e sorrido nonostante tutto: potrei dare un clic a distanza con la tazza di caffè di casa mia in mano, scrivere furiosamente per ore e telefonare dall’altra parte del mondo così come dare una voce veloce al collega… Perché non lo faccio, perché non lo facciamo?

Quali tensioni ci portiamo dentro e quali proposte condividiamo fuori? Cosa stiamo sperimentando?

Nel giro italiano e olandese realizzato per il documentario radiofonico di Radio 3 Smart working. Contro il logorio della vita moderna ho incontrato persone “smart” nella testa prima che negli orari e nei luoghi di lavoro, ho ascoltato storie dell’Italia di Fantozzi, che quest’anno compie 40 anni, mi sono convinta ancora una volta che l’attaccamento al lavoro non passa sempre e comunque per la sedia e la scrivanie personali tutto il giorno tutti i giorni ma è legato a progetti diversi in tempi definiti e modalità concordate e che il dipendente di un’azienda resta dipendente anche senza il suono del badge che segna l’ingresso e l’uscita dallo stesso edificio: centri di coworking in punti strategici della città per pendolari urbani, caffè attrezzati, la propria casa così come spazi più ampi e creativi possono permettere un tempo del lavoro nuovo e proficuo. E l’open space non è necessariamente apertura di spazi mentali.

Hanno riflettuto e scherzato con me seri professionisti di grandi aziende, sindacalisti, free lance e dipendenti di lungo corso. Le parole che ricorrevano erano curiosità e coraggio, anche paura. Quest’ultima legata a falle nei percorsi di carriera e alla socializzazione sul luogo di lavoro, le prime necessarie per fare il salto e permettere dunque di risparmiare sui costi e liberare energie.

Non serve la metro rotta e il nubifragio per voler credere nella fedeltà del dipendente da una parte così come nei piani di sviluppo delle Risorse Umane dall’altra: dobbiamo andare “oltre il senso del luogo” e staccarci da abitudini pur rassicuranti come la pausa caffè coi colleghi alla stessa ora, la riunione del venerdì, giovedì gnocchi. Serve la testa. E una normativa che tuteli il lavoratore, gli impedisca di essere pronto h24 e ne riconosca merito ed idee, spirito di squadra e goal in campionato.

E io? Io dipendo dagli orari dell’ufficio e dai progetti, dai responsabili e dal mio senso di responsabilità, dai tempi della metropolitana – si è capito che l’argomento mi sta a cuore? Vivo a Roma – e dal mio tempo interiore. In sintesi, dal fatto che mi piace quello che faccio e che racconto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Rating*