Vietato lavorare da casa!

Avete iniziato a sperimentare lo Smart Working e vi è sembrato tutto meravigliosamente perfetto. Niente più sveglie scomode e stressanti grazie agli orari completamente autogestiti. Addio alle code infernali nel traffico dell’ora di punta della vostra città. Molto più tempo a disposizione, da gestire in totale autonomia e comodamente dalla vostra casa. Ma, siete sicuri che dopo una settimana di lavoro a gestione “smart” vi sentiate ancora così soddisfatti? Certo, riassaporare la tranquillità offerta dalla vostra casa durante la settimana vi è sembrato così appagante. E poi? I primi giorni sono trascorsi, l’euforia è un poco calata, come ci si sente a lavorare con in sottofondo un aspira polvere in funzione da ore? E con i piccoli lavoretti che il vostro caro vicino in pensione adora tanto fare nel giardino? Trovare la concentrazione può non essere sempre così facile. Per non parlare di quel senso di solitudine che avete mentre il mondo continua ad andare avanti anche senza di voi. Insomma, vi siete proprio resi conto che forse trascorrere le giornate con addosso la tuta e quell’aria vagabonda non è il modo migliore di conciliare la vostra vita professionale con quella privata.

E se ci fosse un rimedio alternativo allo stare a casa ed anche al dover attraversare la città perdendo ore ed ore inutilmente? Il rimedio per fortuna c’è e si chiama Coworking!

Ma cos’è il coworking? Nasce nei primi anni 2000 quando alcuni freelance americani si rendono conto che possono evitare di trovarsi tutti i giorni a Starbuks per lavorare e allora si organizzano prendendo in affitto uno spazio nel quale tutti contribuiscono alle spese. Poi si accorgono che quel luogo aumenta le possibilità di creare delle sinergie e, a questo punto, il coworking esplode perché aiuta le persone a realizzare a lavorare meglio.

Noi ci crediamo da sempre, siamo nati perché secondo noi il modo migliore per lavorare è poter scegliere tra luoghi diversi che rispondano in ogni momento al bisogno che abbiamo per poter creare sinergia con il nostro lavoro. A volte vogliamo stare in movimento, altre stare da soli, altre con il desiderio di relazionarci con i colleghi in ufficio. E’ un bisogno di tutti quello di trovare il luogo giusto per pensare alle cose giuste? È un’utopia poter scegliere dove e come inseguire i propri obiettivi?

A queste domande ci siamo dati una risposta e da questa è iniziata l’avventura che stiamo vivendo oggi.

Nel 2016 abbiamo fatto il primo esperimento, durante la 3° giornata del lavoro agile siamo riusciti a portare più di 80 persone in oltre 30 spazi di coworking, e il risultato ci ha dato fiducia perché lavorare in un luogo di coworking rende più produttivi (del 30%) e permette comunque di conciliare gli aspetti della vita privata.

E allora, che cosa stai aspettando? La settimana del lavoro agile organizzata dal comune di Milano è appena iniziata e con lei tutte le sue attività! È il momento giusto di provare gratuitamente tutti i vantaggi offerti dal coworking! Come fare? Semplicissimo, basta collegarti alla nostra webapp che ti permette di scegliere lo spazio coworking più vicino a te ad alle tue esigenze e con qualche click la tua giornata lavorativa può iniziare!

Questa settimana gli spazi di coworking messi a disposizione sulla nostra piattaforma sono utilizzabili gratuitamente a tutti coloro che hanno voglia di essere dei veri lavoratori smart!

Ti troverai in ambienti diversi, forniti di connessione wifi, una sedia ed una scrivania ergonomiche ma soprattutto un luogo di scambio e di opportunità per lavorare bene, accrescere le proprie professionalità o semplicemente per conoscere nuove persone.

Il nostro impegno non si limita a portare i lavoratori nei Coworking, vogliamo aiutare le aziende a rendere i progetti di Smartworking strategici per il proprio business. Siamo convinti che questo obiettivo può essere raggiunto solo se si ragiona sulla ricerca del punto di incontro tra i bisogni dei lavoratori e gli obiettivi dell’azienda.

Le risorse umane alla ricerca di nuova “identità”

Ci ha colpito molto un articolo pubblicato alcuni mesi fa in cui viene descritta la strategia di gestione delle risorse umane all’interno di Airbnb, azienda leader della sharing economy. Il nuovo modello HR, “Workplace as an experience”, infatti, inteso come punto d’incontro tra i bisogni delle persone e le sfide aziendali è perfettamente in linea con la nostra “vision”. Nello specifico Airbnb lo ha incarnato cercando di eguagliare il rapporto con i propri collaboratori a quello con i propri clienti.

Il recente lancio fatto da Bryan Cesky, CEO di Airbnb, della nuova piattaforma Trips ha portato, ancora una volta, alla ribalta l’azienda americana che negli ultimi anni si è contraddistinta, oltre che per l’originalità del suo business, anche per la ridefinizione del ruolo dell’area HR in termini di ciò che rappresenta.

Airbnb, il network per trovare alloggi in tutto il mondo, ha improntato il proprio successo rimanendo fedele alla mission “crea la tua esperienza di viaggio”, motto da ultimo usato anche per promuovere l’ultima novità che consentirà di unire luoghi, persone ed esperienze, «non sarà più necessario seguire le mappe, aspettare in coda o scattare fotografie dei soliti posti turistici […] adesso si potrà avere accesso a esperienze uniche, case incredibili e consigli direttamente dalle persone del luogo».

L’“ospitalità reinventata” rientra in una vision che mette sempre la persona al centro degli obiettivi di business. Non stupisce, quindi, che Airbnb abbia voluto estendere il concetto di “esperienza memorabile” anche ai suoi dipendenti, partendo dal presupposto che lavoratori soddisfatti siano più produttivi e quindi creino clienti felici.

Da qualche anno, infatti, sta sperimentando un nuovo modello di HR, denominato Workplace as an experience, cioè “luogo di lavoro come esperienza”.

hr, risorse umane, Airnbn

Il Chief Employee Experience – così si definisce Mark Levy, HR Manager in Airbnb – amplia le funzioni tradizionali del capo risorse umane, occupandosi anche di temi connessi al marketing, alla comunicazione, al real estate e alla responsabilità sociale.

L’essenza di questo modello è quella di creare un contesto lavorativo in cui tutti gli elementi fisici, emotivi e virtuali concorrono a creare un’esperienza di lavoro ottimale.

Pilastri principali di questo modello sono autonomia, flessibilità, trasparenza, diversificazione, attenzione al cibo e ambiente fisico. Tutto è focalizzato sulle differenti esigenze personali del melting pot di persone che collaborano tra di loro. Non mancano tecnologie collaborative d’avanguardia e un grande interesse nel far crescere sempre di più il senso di appartenenza alla cultura aziendale.

Particolare attenzione è data anche alla ricerca dei talenti e alla sfera emotiva dei collaboratori che, grazie al programma di cittadinanza globale, possono usufruire di 4 ore al mese per prestare servizi di volontariato.

Si può dire che quella delle risorse umane in Airbnb non è più solo una funzione di supporto all’interno del business, ma l’esperienza dei dipendenti è buona parte dei business stesso.

Ammesso che di Airbnb ne esista una sola con la sua storia e le sue peculiarità, viene da chiedersi se sia possibile trasferire questa esperienza in altre aziende, in particolare in quelle italiane, dove vi è una visione più tradizionalista della funzione HR.

È possibile raggiungere questo obiettivo? Da dove iniziare?

In primo luogo si potrebbe traslare nel ruolo HR quello che l’azienda fa con i clienti. Ad esempio portare al suo interno interno gli strumenti di marketing che si utilizzano per conquistare e fidelizzare i consumatori, come ad esempio la continua ricerca di soddisfare i bisogni, creando un modello di sviluppo condiviso con i dipendenti e costruito in base alle caratteristiche personali. Non va dimenticato, infatti, che così come i clienti contribuiscono a creare il valore del prodotto, allo stesso modo i dipendenti concorrono a creare il valore e l’identità dell’azienda.

Secondariamente si potrebbe valutare l’importanza di collaborare con le altre aree che non rientrano nelle classiche funzioni HR, creando uno scambio continuo di informazioni e decidendo in maniera coordinata la strategia aziendale.

Altra domanda è “perché farlo”?

I motivi sono tanti. Uno di questi è perché è ciò a cui aspirano gli studenti e i neolaureati che si affacciano ora nel mondo del lavoro ed è quello che chiederanno tutti i lavoratori in un prossimo futuro. Le aziende devono essere in grado di intercettare le generazioni digitali che sono in possesso delle nuove competenze richieste dal mercato del lavoro. Per riuscirci dovranno essere attrattive e aggiudicarsi i giovani talenti. Inoltre, un nuovo paradigma può ridurre il rischio che professionisti esperti possano scegliere di ricercare un differente contesto lavorativo. Come è vero che i clienti comprano prodotti in cui si riconoscono, allo stesso modo i lavoratori del futuro sceglieranno come luogo di lavoro, aziende che hanno saputo creare anche al loro interno un’identità forte e performante.

È importante ricordare che per fidelizzare e valorizzare i collaboratori non bastano incentivi di tipo economico, premi di risultato e i classici piani di welfare. Molto più importanti sono: lo scambio di opinioni, la comunicazione interna, la formazione, lo sviluppo di competenze e l’uso della tecnologia al fine di semplificare i processi.

Non è detto che la soluzione adottata da Airbnb sia l’unica strada da percorrere. Probabilmente non esiste una soluzione che vada bene per tutti. Ogni azienda deve trovare la sua modalità di cambiamento, anche in base alla sua storia e agli obiettivi di business. Il primo passo, però, è quello di prendere coscienza che un ripensamento dell’organizzazione aziendale, a partire dall’area HR, è necessario e improrogabile.

Immagine: Papercollage di Vincenzo Musacchio

Siamo artefici del nostro benessere lavorativo?

Vi vogliamo raccontare due storie diverse, ma simili, che potrebbero mettere in discussione quei capisaldi sui quali abbiamo impostato la nostra vita professionale e sociale.

In entrambe è possibile leggere la volontà di promuovere e mantenere il più alto grado di soddisfazione fisica, psicologica e sociale teorizzato dal modello del “benessere organizzativo”. La prospettiva, però, è qui diversa. Fino ad oggi, il compito di garante era prerogativa dell’azienda; nelle nostre storie sono, invece, i lavoratori che sono diventati artefici del proprio benessere e l’azienda li accompagna con la fiducia.

I nostri protagonisti sono Michele e Laura (i nomi sono di fantasia, ma le le storie sono vere). Entrambi hanno scelto di lavorare a Milano. Ma, soprattutto, tutti e due hanno deciso di cambiare il loro approccio al lavoro.

Michele è un imprenditore bergamasco con alle spalle anni di esperienza e un’attività ben avviata, ma ad un certo punto decide di avventurarsi in un nuovo e ambizioso progetto. Oggi alterna l’attività da casa a quella svolta in uno dei tanti coworking presenti sul territorio milanese, o sui treni che lo portano ai tanti appuntamenti, oppure in una biblioteca vicino alla sua abitazione. Afferma entusiasta che, da quando ha riorganizzato spazi e tempi, la sua vita è migliorata sotto diversi profili.

Ne ha tratto vantaggi perché non usa l’auto, bensì i mezzi pubblici. Sfrutta appieno il suo abbonamento alternando treni, bus, tram e bike sharing (Bikemi e LaBigi). Spesso si muove a piedi, e utilizzando l’apposita applicazione “salute” del suo smartphone Google Fit (Apple Health per chi possiede un iPhone) si è dato un semplice traguardo giornaliero: fare almeno 75 minuti a piedi o in bicicletta. Quando appare l’icona del raggiungimento dell’obiettivo si sente gratificato ed il suo cervello produce dopamina. Per lui, insomma, i continui spostamenti sono diventati l’occasione per abbandonare uno stile di vita sedentario, essere dinamico e incontrare sempre persone diverse e culturalmente stimolanti, oltre che nuovi possibili clienti. Dice: «Il mio “ufficio” apre alle 9.02 quando parte il treno che devo prendere, ho già accompagnato i miei figli a scuola e ho 50 minuti di viaggio per me per organizzare il lavoro e fare qualche telefonata. Lavorare a Milano abitando in provincia si può fare benissimo, basta non prendere il treno delle 8.00, e, se non ho necessità di spostarmi da Bergamo, uso la mia abitazione. Oppure lavoro in un coworking vicino a casa dove riesco a concentrarmi e non mi sento solo».

Naturalmente quella che può sembrare una situazione idilliaca va abbinata ad una condizione di lavoro flessibile in cui gli orari non sono rigidi e ad essere valutato è il risultato indipendentemente dal tempo che si è impiegato per raggiungerlo.

Laura, project manager, quarant’anni e due figli, avrebbe potuto continuare a lavorare nella sua piccola realtà di provincia, vicino casa, adagiandosi su una situazione statica e apparentemente comoda, lasciandosi andare di tanto in tanto a qualche vagheggiamento su un futuro lavorativo maggiormente appagante. Ma lei no. Lei, mamma geek, vuole essere “smart”. Ogni giorno trascorre 4 ore della sua vita sui mezzi pubblici, ma per lei questo non è un tempo sprecato, o sottratto alla sua famiglia, anzi è uno spazio da dedicare solo a sé stessa, a leggere, a studiare, a scaricare le tensioni accumulate in una giornata lavorativa, liberando la mente per essere pronta ad abbracciare i suoi bambini. Sostiene convinta: «…la mia è una scelta di comodo». Nel sentire ciò che racconta rimaniamo perplessi, ma Laura ribadisce che per lei spostarsi ogni giorno da Como a Milano, nonostante il treno ed i suoi ritardi, non è un peso, ma una possibilità.

Anche i suoi sono orari abbastanza flessibili e ogni tanto le è concesso lavorare da casa; lei, però, preferisce muoversi perché vuole incontrare altri professionisti come lei.

Il viaggio è parte integrante del suo modo di lavorare “smart” e le consente di conciliare vita e lavoro senza rinunciare ai propri interessi.

Siamo soliti pensare che una routine quotidiana costituita da un luogo lavorativo fisso, da orari prestabiliti, dai soliti colleghi ecc., sia il presupposto di un’esistenza serena e priva di stress. Dopo aver letto questo breve articolo dovremmo chiederci: ma è davvero così? E soprattutto lo è al giorno d’oggi in un’era di profondi cambiamenti?

Immagine: Papercollage di Vincenzo Musacchio

La trasformazione del lavoro passa anche dallo sharing desk

Mi chiamo Micke, ma anche Malm se vuoi il piano estraibile. Arkelstorp se la tira un po’ perché ha i cassetti e puoi allungare le gambe… Sono la tua scrivania, quella che costa poco ma non pochissimo, che mantiene i tratti nordici di rigore e semplicità, poi le piantine e le piadine le porti tu.

Perché dovrei portare pane e rose?

Perché la sostanza e la bellezza da coltivare sono i diritti fondamentali, qualunque mestiere tu faccia, in qualunque posto tu lo faccia. Lo sono a prescindere da me e da quello che rappresento.

Cosa rappresenti, scrivania?

Sono la tua sicurezza, quel pezzo a cui ti appoggi ogni mattina da chissà quanti anni tutti uguali. Sono la certezza che tu ci sei ancora, sopravvissuta a traslochi, cambi di sede, colleghi in pensione o in aspettativa, maternità, premi e punizioni. Non sono un elemento di arredo soltanto, non faccio ambiente, semmai scelgo le persone.

La scrivania lavora nelle risorse umane?

Vorrei lavorare veramente per loro, diventare più mobile di quanto non sia per natura, cambiare ufficio per qualche giorno, restare vuota e rischiare la polvere. Sarebbe un atto di generosità verso chi ancora si attacca a me come zattera nell’open space caotico oppure vuoto… Che pena, insicuro lavoratore moderno. Vecchio! Non hai capito che basta meno per lavorare in pace?

Ma allora cosa sarà di te, se ti muovi lontano da chi ti vuole?

Non pensarmi arredo, ti ho detto che io scelgo le persone: ci sarò sempre per chi mi tratta, bene o male, senza farmi status né symbol di un’era che è finita, quella con gli uffici e i minuti tutti uguali. Resto, ma senza divisa semmai mi faccio condivisa, divento sharing desk… Suono meglio, in inglese?

Sharing desk, la scrivania non mi appartiene: tu scegli me e io scelgo te, con un sistema a prenotazione dentro spazi di coworking ma anche dentro la stessa azienda che si rinnova. Dico bene?

Faccio risparmiare metri quadri, metto a disposizione tutta me stessa e permetto a voi di conoscervi meglio e costruire reti in cui scambiate competenze e soddisfazioni, documenti e preoccupazioni. Faccio anche la rima, all’occorrenza.

Non ti manca una persona in particolare? Non hai nostalgia di quel lavoratore e delle sue abitudini quotidiane? Scommetto che lui o lei sente il bisogno di averti tutta per sé.

Le abitudini sono care. Sia chiaro, non voglio distruggere nulla e un luogo dove approdare serve a tutti. Tuttavia il primo luogo, con tanto di confini, amici e collaboratori, progetti ed emozioni che lo rendono ancora più caro, lo portiamo già dentro di noi. Nessuna scrivania lo renderà più stabile, più importante, più degno di attenzione e di utilità sociale. Provate a pensare il vostro lavoro senza di me. Poi cercatemi di nuovo, io ci sarò sempre, per uno e per tutti.


L’autrice del post: Alessia Rapone, giornalista e copywriter. Lavora per la comunicazione interna di una grande azienda e realizza progetti multimediali. Affascinata dall’audio, è autrice di racconti e documentari per la radio, fra cui Parole in cuffia (2011), Condominium. Come ti rompo le scatole (2014), Smart working. Contro il logorio della vita moderna (2015).  

Immagine: Papercollage di Vincenzo Musacchio

Lavoro Agile 2016 Cristina Tajani

Lo smart working per far arrivare il lavoro a tutti

Una città in fermento guida il lavoro agile, approccio e soluzione per conciliare tempo di lavoro e tempo di vita, contribuire al benessere dell’ambiente e della comunità, garantire migliori prestazioni delle imprese. Alla vigilia della terza Giornata del Lavoro Agile, Cristina Tajani spiega come l’amministrazione comunale di Milano e la collettività si incontrano e fanno coworking.

Cristina Tajani, assessore alle Politiche per il lavoro, lo Sviluppo Economico, Università e ricerca al Comune di Milano: qual è il suo lavoro? Cosa viene prima?
Le deleghe si tengono, una con l’altra: la formazione è propedeutica al lavoro e quindi allo sviluppo economico. L’obiettivo finale è la creazione di una città in grado di offrire opportunità a un maggior numero di persone possibili, non solo a chi è nato a Milano ma ai tantissimi che ci arrivano per studiare e lavorare, favorendo lo sviluppo dell’impresa innovativa e a impatto sociale e di nuove forme di organizzazione del lavoro.

Il lavoro “agile” è un fenomeno nuovo, cosa ne fa il Comune?
Rilancia la Giornata del Lavoro Agile – quest’anno siamo alla terza edizione, il prossimo 18 febbraio – che non ha la pretesa di stravolgere l’organizzazione del lavoro nella città ma di indicare una possibilità: lavorare anche da postazioni e luoghi non fissi consente di conciliare tempo di lavoro e tempo di vita e risparmiare in spostamenti, traffico, emissioni di anidride carbonica, stress. In una città come Milano, in cui ogni mattina entrano oltre 500.000 persone che vivono nell’hinterland come anche in altre regioni, il tema della gestione del tempo del lavoro in maniera più agile ha impatti forti sia sulla persona sia sulla comunità. Credo che almeno dal punto di vista culturale e del dibattito l’obiettivo sia stato già raggiunto.

Esiste il lavoro agile per i dipendenti del Comune?
In occasione della Giornata del Lavoro Agile i quindicimila lavoratori del Comune di Milano avranno la possibilità di lavorare dalla postazione di un ufficio a loro più comodo: potranno farlo attraverso una piattaforma digitale che consentirà di identificare, scegliere e prenotare una postazione libera presso i diversi uffici comunali in città. E’ un’ottima occasione i molti che spesso, per poter svolgere le proprie mansioni, devono spostarsi da un posto all’altro della città e che invece, grazie a questo nuovo sistema, potranno gestire alcune attività anche lontano dalla loro scrivania. E’ chiaro che poi ci sono figure e mansioni – penso ai vigili urbani, agli insegnanti – che hanno più vincoli rispetto al luogo di lavoro.

Esiste il lavoro agile per Cristina Tajani?

Faccio e facciamo, come squadra, un lavoro impegnativo, che spesso non conosce molta distinzione tra tempo di vita e di lavoro. Insieme a Chiara Bisconti, assessora al Benessere, Qualità della vita, Sport e tempo libero, abbiamo una sensibilità su questi temi che ci deriva da esperienze lavorative precedenti: la città ci ha messo alla prova, noi rispondiamo.

Se lavorasse da un altro luogo potrebbe essere un esempio per i suoi collaboratori o lamenterebbero un’assenza?
Nulla può sostituire il contatto umano e alcune esperienze professionali che si fanno insieme ad altri; tutto sta nel costruire un equilibrio utile a bilanciare tutte le necessità. La presenza, che può non essere quotidiana o per otto ore consecutive, è importante per la formazione di un gruppo professionale, e non è totalmente sostituibile.

Accenna al rischio che se si esce troppo non si è più un’organizzazione?

Sì, il rischio c’è, non è tragico a questo punto del discorso visto che il cambiamento culturale verso il lavoro agile è all’inizio in Italia, ma bisogna ricordare che come tutti i gruppi, anche quelli produttivi e le organizzazioni di impresa hanno il bisogno di ritrovarsi.

A proposito di rischi, lo corrono le donne nel rimanere volontariamente fuori ufficio, vicine alla cura di casa e famiglia, più degli uomini se anche tra questi ultimi non si fa strada l’idea del lavoro agile come opportunità?
E’ un aspetto controverso e ambivalente che già in passato è stato evidenziato dalle organizzazioni sindacali rispetto al tema del telelavoro: meno presenza in ambito lavorativo, più rischio di isolamento sociale per alcune figure professionali e per le donne. E’ il tema del rischio di non riuscire mai a separare la vita dal lavoro. Si tratta di una questione di bilanciamento e di capacità degli ambiti professionali di non segregare rispetto alle scelte di vita, insomma di includere. Oggi sappiamo che le organizzazioni che sono in grado di gestire la diversità ai vertici dell’azienda hanno anche migliori performance economiche. Gestire scelte, modalità e approcci diversi è una risorsa per l’organizzazione e non un limite.



Tra le modalità diverse di lavorare agile c’è la scelta del coworking, spazi di lavoro condivisi. Quanto ci crede Milano, quanto funzionano?
Al momento siamo l’unico comune che non ha voluto affiancare l’iniziativa privata con quella pubblica, cioè con un coworking comunale usando stabili dismessi da affittare per fare spazi di lavoro condivisi. Nel 2011-2012, quando abbiamo cominciato a occuparci della materia, l’iniziativa privata e spontanea del territorio si era già organizzata e noi abbiamo ritenuto più utile valorizzare gli spazi esistenti. Da qui è nato l’albo qualificato degli spazi di coworking.
Con la terza edizione della Giornata del Lavoro Agile vogliamo raggiungere lo sterminato numero di piccole e medie imprese che operano sui nostri territori e mostrare loro che nuove modalità e nuovi spazi di lavoro sono possibili e vantaggiosi. Lo spirito è anche quello di infrangere qualche tabù e scagliare pietre in quello che sembra lo stagno del dibattito: non solo allora grandi imprese e multinazionali, non solo free lance e studi professionali. Cerchiamo di arrivare a tutti e di far arrivare tutti al lavoro.

Quali sono gli strumenti del suo lavoro, quelli che lo rendono più semplice, più agile?
…L’ipad, da cui non mi separo mai, che mi serve per scrivere e per comunicare con le persone del mio staff.


La Terza Giornata del Lavoro agile si svolgerà a Milano il 18 febbraio 2016, tutte le informazioni utili si possono trovare su lavoroagile.it.
E’ stata inoltre realizzata una WebApp per la prenotazione degli spazi di lavoro all’indirizzo giornata.lavoroagile.it

interviste impossibili smartworking

Lo smart working a piccoli passi

Di poche parole ma di rapidi passi, l’incontro con Sara ci riporta a terra, nella dimensione più naturale, infantile eppure già matura per discutere di come spazi e tempi adeguati siano fondamentali per lavorare, crescere, conoscere se stessi e il mondo che ci circonda.

Sara, ma tu non ti fermi mai? Anche ora che stiamo parlando ti muovi, cerchi qualcosa, afferri tutto quello che sta vicino a te. Perché?
Non posso farne a meno: devo toccare con mano la realtà e scoprire se mi piace. Lo faccio con i colori, le forme, gli odori, le cose che mangio, le persone che incontro.



In uno spazio di lavoro non pensi sia un comportamento… fuori luogo? Siamo abituati a regole definite, quantomeno a prassi non scritte ma a tutti note, che prevedono un certo tipo di abbigliamento e di linguaggio, orari concordati e spesso uguali per tutti, poca possibilità di improvvisazione.

La disciplina è importante anche per me – le ore di sonno e quelle delle pappe, il gioco e lo sforzo, stare da soli e passare il tempo con gli altri – ma qui è diverso. Qui puoi essere te stessa fino in fondo, proprio come a casa, ma senza piangere se non vedi la mamma o aspetti per troppo tempo il papà. Perché qui mamma e papà ci sono, ci possono essere.

Che lavoro fa la tua mamma?
Fa le copertine dei libri, anche quelli che legge a me. Poche volte la sto a sentire, mi piace vedere le figure, strappare poi la carta e sentire che suono fa, provare a metterla in bocca ma qualcuno mi ferma sempre in tempo, di solito è il mio amico Claudio oppure le due ragazze che giocano con noi che siamo più piccoli.



Quanto tempo passi nel coworking in cui tua mamma lavora?

Il tempo che ci passa lei, a volte sento le sue telefonate oppure quando ride. Se non la vedo per tanto tempo però non mi preoccupo, so che sta disegnando a colori e allora lo faccio anche io. Io e lei facciamo la stessa cosa quasi tutti i giorni.

Non frequentate tutti i giorni lo spazio di coworking?

Ci sono i giorni in cui restiamo a casa oppure lei va a parlare con i grandi del suo lavoro in un altro posto in cui non mi porta, dice che lì mancano i colori, è più piccolo, non ci sono altri bambini e mi annoierei. Le credo. E poi è lontano da casa.

Quanto conta per te che questo spazio colorato sia vicino alla casa in cui abiti?

Quando usciamo da qui posso fare merenda con le bambine del quartiere e raccontare quello che ho fatto, mamma fa lo stesso con le sue amiche. Dice che si sente come un ponte mobile che collega la sua testa a quella di tante altre persone, in poco spazio e in poco tempo. Mi fa ridere immaginarla così, con la testa aperta e tanti fili fuori.

E tu, come ti immagini quando sarai grande come la tua mamma?
Io voglio cercare persone che vogliono passare il tempo con me a costruire cose che non esistono. Non voglio farmela sotto dalla paura di sbagliare qualcosa, di perdere tempo, di averne poco per mangiare bene e giocare con gli altri.

In base alla tua esperienza e per le tue attività quotidiane, qual è la difficoltà più grande da superare per diffondere questo nuovo modo di lavorare basato sulla condivisione degli spazi e la cura delle persone?
La testa… la testa che fa funzionare solo un filo, fra tutti quelli che ha dentro. Questo è il gradino più alto, quello che ancora ci fa cadere.

Cos’è per te il coworking?

Io non lo chiamo così, non ci riesco, ho solo 14 mesi. Lo chiamo campo aperto, abbraccio, tempo libero. E non mi fare una carezza, ora, solo perché secondo te ho detto una cosa bella. Sono piccola e sono una bambina, ma crescerò anche io.

Va da sé che le note del redattore che dialoga con una bambina piccola in un posto di lavoro per grandi sono tante e non riuscirebbero a stare tra parentesi, come si usa e si legge sui libri. Vale l’ascolto di mugugni, prime parole e interi discorsi abbreviati in vocali sussurrate all’orecchio o urlate per attirare l’attenzione. Vale l’immediata comprensione e restituzione nel linguaggio da adulti dei suoi pensieri più chiari delle nostre parole.
Sara l’ho incontrata nello spazio di coworking in cui i genitori possono svolgere tranquillamente il loro lavoro mentre i bambini sono seguiti da personale qualificato. Un corridoio separa le scrivanie dei coworker dai tavoli dei piccoli e le voci che si sentono non sono pettegolezzi d’azienda ma vere esclamazioni di stupore e soddisfazione per una dado di gomma lanciato e recuperato, per un’idea trasformata in progetto. Sogno o realtà?


L’autrice del post: Alessia Rapone, giornalista e copywriter. Lavora per la comunicazione interna di una grande azienda e realizza progetti multimediali. Affascinata dall’audio, è autrice di racconti e documentari per la radio, fra cui Parole in cuffia (2011), Condominium. Come ti rompo le scatole (2014), Smart working. Contro il logorio della vita moderna (2015).  Alessia ha realizzato per noi anche le interviste a Federico Bianchi C.E.O. di Smartworking S.r.l. (che puoi leggere a questo link) e a Rosario Carnovale dipendente e smartworker convinto (che puoi leggere a questo link).

barca a vela e smart working eva bonacini

Lo smart working in barca a vela

Graphic & Web Designer, Eva Bonacini (inktopix.com), definisce la sua attuale condizione di professionista con l’immagine del mare in cui respirare l’ossigeno giusto per “ricercare, creare e ricercare ancora”. Dopo 23 anni da dipendente diventa una convinta freelance e racchiude tutto il suo smart working in una infografica in cui traccia i vantaggi del lavorare per conto proprio…

Mi piace fare il paragone con il mare perchè “navigo” sempre. In rete e in barca a vela, appena posso permettermelo per questioni di tempo e denaro.
Quando navigo vedo l’orizzonte, non ho paletti, edifici di fronte a me, lo spazio è aperto, le correnti, il vento, le persone con cui condivido gli spazi, gli obiettivi che voglio raggiungere mi guidano nella navigazione e allo stesso tempo mi ossigenano perchè quello che vedo e posso immaginare è sempre diverso.

Lo smart working ideale per me? In barca a vela! (se può interessarvi questo modalità di lavoro esiste davvero, visitate questo link: caboat.org)

Il primo mese da freelance ero gasatissima, lo sono ancora in realtà, ma all’inizio ti senti libera finalmente, è tutto nuovo, hai di fronte un mare infinito di opportunità da cogliere, scoprire, trovare. Ma il mare può essere anche insidioso, infatti mi rendo conto da subito che indosso la tutina della donna invisibile!
Nelle piccole e medie agenzie chi firma i progetti non sono le persone ma l’agenzia. Perchè non puoi pubblicare i progetti seguiti in agenzia, per accordi di non divulgazione. E quindi? Ho avuto qualche momento di panico: “e adesso cosa faccio? 23 anni di esperienza sono svaniti nel nulla?”

Ho cominciato a rispondermi così:”Ok, calma! sei appena nata ma non sei una pivella! Crea il tuo brand, un logo, il sito e i contenuti.”
Inizio a pubblicare infografiche che diffondo sui social, mi iscrivo ai gruppi di designer, blog creativi, riprendo contatti con le persone con cui mi è piaciuto lavorare insomma mi tuffo in rete, fonte inesauribile di spunti, confronti e riscontri.

Come è cambiata la mia vita! Ho ritrovato il tempo perduto: non devo più “accumulare” tutte le commissioni il sabato, posso spalmarle durante la settimana, e scegliere il momento della giornata che preferisco. Chi stabilisce le consegne, le presentazioni? Io, con il cliente. Il mio tempo non è più regolato dall’agenzia che stabilisce le ore in cui mi è permesso lavorare, mangiare o divertirmi.

Il mio tempo ora è regolato dall’obiettivo che voglio raggiungere, qualsiasi esso sia.

Riesco a concentrarmi molto di più, non sono interrotta dalle continue richieste degli account: mi servirebbe il logo ”Chenneso” da inviare allo stampatore ma non so se stampa in quadricromia o in pantone… – ma non puoi chiederglielo? –

Dai ragazzi in stage, dalle riunioni “a che punto siamo e quanto tempo ci mettiamo”, dal report mensile: quante mail hai inviato e quante telefonate hai fatto!? Stress…stress… Anche dal punto di vista economico ho risparmiato molto, non devo più comprarmi un paio di scarpe ogni due settimane per gratificarmi. Ora per gratificarmi vado a Londra mercoledì e giovedì per vedere la mostra di un collettivo americano, e spendo meno! Quindi non sono più vittima delle dinamiche aziendali e della dose di pressioni quotidiana.

Lavoro molto più di prima ma non sono così stanca a fine giornata.

Ho scoperto da alcuni mesi il coworking e lo smart working, penso siano il futuro. Le soluzioni più facili per eliminare lo stress delle dinamiche aziendali. E’ fondamentale per i freelance come me, riuscire ad avere un confronto e una condivisione diretti, non solo virtuali, con persone che lavorano nel mio settore o simili. Per recuperare un rapporto umano che molto spesso manca nella vita di chi lavora da casa per condividere, confrontarsi, crescere personalmente e professionalmente. Le relazioni che ho instaurato in coworking sono molto interessanti, perchè ho scelto le persone con cui confrontarmi e collaborare più affini a me, non fanno parte del “gruppo colleghi”, sono singoli, non sono imposti dall’alto e non sono mai gli stessi…

barca a vela e smart working eva bonacini
L’Infografica con i dati sullo smart working di Eva Bonacini…
alessia rapone smartworking

Lo smart working nonostante la metropolitana

Alessia Rapone, giornalista e copywriter. Lavora per la comunicazione interna di una grande azienda e realizza progetti multimediali. Affascinata dall’audio, è autrice di racconti e documentari per la radio, fra cui Parole in cuffia (2011), Condominium. Come ti rompo le scatole (2014), Smart working. Contro il logorio della vita moderna (2015). 

Alessia ha realizzato per noi anche le interviste a Federico Bianchi C.E.O. di Smartworking S.r.l. (che puoi leggere a questo link) e a Rosario Carnovale dipendente e smartworker convinto (che puoi leggere a questo link).


Quando facevo l’università c’erano alcuni libri che bisognava assolutamente avere, uno era Oltre il senso del luogo, di Joshua Meyrowitz, edizioni Baskerville. Titolo invitante per seguire, in più di 500 pagine, il racconto di come i media elettronici avessero cambiato la percezione di spazi e di tempi, la fruizione delle notizie, la relazione fra persone e prima di tutto la costruzione della propria identità. Un processo destinato a continuare, mancava solo l’ultimo tassello, il lavoro.

Ogni giorno in cui rimango intrappolata nella metropolitana che fa ritardo o per guasti tecnici si blocca, ogni volta che l’amministrazione della città si mostra incapace di fronteggiare un temporale e la pioggia diventa subito “paralisi alluvione”, ripenso al titolo di quel libro del 1995 e sorrido nonostante tutto: potrei dare un clic a distanza con la tazza di caffè di casa mia in mano, scrivere furiosamente per ore e telefonare dall’altra parte del mondo così come dare una voce veloce al collega… Perché non lo faccio, perché non lo facciamo?

Quali tensioni ci portiamo dentro e quali proposte condividiamo fuori? Cosa stiamo sperimentando?

Nel giro italiano e olandese realizzato per il documentario radiofonico di Radio 3 Smart working. Contro il logorio della vita moderna ho incontrato persone “smart” nella testa prima che negli orari e nei luoghi di lavoro, ho ascoltato storie dell’Italia di Fantozzi, che quest’anno compie 40 anni, mi sono convinta ancora una volta che l’attaccamento al lavoro non passa sempre e comunque per la sedia e la scrivanie personali tutto il giorno tutti i giorni ma è legato a progetti diversi in tempi definiti e modalità concordate e che il dipendente di un’azienda resta dipendente anche senza il suono del badge che segna l’ingresso e l’uscita dallo stesso edificio: centri di coworking in punti strategici della città per pendolari urbani, caffè attrezzati, la propria casa così come spazi più ampi e creativi possono permettere un tempo del lavoro nuovo e proficuo. E l’open space non è necessariamente apertura di spazi mentali.

Hanno riflettuto e scherzato con me seri professionisti di grandi aziende, sindacalisti, free lance e dipendenti di lungo corso. Le parole che ricorrevano erano curiosità e coraggio, anche paura. Quest’ultima legata a falle nei percorsi di carriera e alla socializzazione sul luogo di lavoro, le prime necessarie per fare il salto e permettere dunque di risparmiare sui costi e liberare energie.

Non serve la metro rotta e il nubifragio per voler credere nella fedeltà del dipendente da una parte così come nei piani di sviluppo delle Risorse Umane dall’altra: dobbiamo andare “oltre il senso del luogo” e staccarci da abitudini pur rassicuranti come la pausa caffè coi colleghi alla stessa ora, la riunione del venerdì, giovedì gnocchi. Serve la testa. E una normativa che tuteli il lavoratore, gli impedisca di essere pronto h24 e ne riconosca merito ed idee, spirito di squadra e goal in campionato.

E io? Io dipendo dagli orari dell’ufficio e dai progetti, dai responsabili e dal mio senso di responsabilità, dai tempi della metropolitana – si è capito che l’argomento mi sta a cuore? Vivo a Roma – e dal mio tempo interiore. In sintesi, dal fatto che mi piace quello che faccio e che racconto.

smart working rosario carnovale

Lo smart working? Una questione di postura

Per il nostro Blog abbiamo pensato di coinvolgere Alessia Rapone, giornalista già interessata al mondo dello smart working che ha curato proprio, su questo tema, alcune puntate della trasmissione radiofonica di Rai Radio3 “Tresoldi”.

Alessia ha realizzato per noi alcune interviste che pubblicheremo nei prossimi giorni, qui di seguito trovi la seconda ma se ti sei perso la prima a Federico Bianchi puoi leggerla a questo link.


Il lavoro agile non esiste, esiste il lavorare bene. Per Rosario Carnovale è il passaggio dal concetto di task a quello di purpose che permette di trovare il proprio ruolo e il proprio scopo, al di là dei compiti della giornata e per il bene di azienda e dipendente.

Rosario, sei un lavoratore smart?

Sì, se si intende muoversi con la testa oltre che con le gambe. Lavoro in un’azienda di consulenza, la maggior parte di noi sta presso i clienti, in un certo senso siamo già “smart”, per modalità e tempi di lavoro. Vengo da un’esperienza di 10 anni in una multinazionale in cui, vuoi per la dimensione vuoi per la necessità di regole e leggi, lavorare smart era più forma che sostanza. Certo, ognuno poi trova la propria dimensione e lì lavoravo a due minuti da casa.  Ma a un certo punto ho lasciato e adesso è diventato importante poter lavorare uno, due giorni a settimana vicino casa.

Dove lavori ora?

In tre posti, ma non contemporaneamente. Mi muovo tra Milano, Vercelli, Chiavenna. Proprio a Chiavenna, in Valtellina, abbiamo una sede dedicata alla nostra formazione, è un convento del 1600 dove facciamo workshop, incontri, è adatto alla concentrazione più che al lavoro di routine. E’ il nostro luogo di meditazione.

Cos’è per te il lavoro agile?

In realtà il lavoro agile non esiste, esiste il lavorare bene. Bisogna vincere il concetto che ti lega al contratto inteso come cartellino e basta e alla produttività a tutti i costi. Si tratta di una battaglia di mentalità, quindi culturale. Mi spiego, quando le aziende cominceranno a capire che per vincere la competizione globale bisogna avere dipendenti felici, allora tutti avranno vinto: solo risorse motivate possono fare di più. Le nuove aziende lo stanno imparando, penso alle start up, e lo stanno imparando almeno per un fattore: la capacità di attirare talenti. I talenti non vanno a lavorare per chi li annoia, o in luoghi noiosi, dove c’è scarsa motivazione. Se io datore di lavoro metto al primo posto la felicità, è sì un vantaggio egoistico ma è un bene per tutti.

Facciamo un esempio concreto?

Mi viene in mente il tavolo da ping pong nella nostra sede, non nell’ex convento. All’inizio qualcuno aveva paura a farsi vedere, invece ora lo usiamo e i risultati si vedono, verso noi stessi più ricaricati, verso il cliente contento e verso il capo. Voglio dire, non è più il tempo della mera produttività come negli anni Settanta, Ottanta. Se si deve guardare indietro, ricordiamo piuttosto Adriano Olivetti e l’esperienza di Ivrea.

Perché pensi a Olivetti?

Prima di tutto questo io facevo il business coach e la domanda che ponevo era: perché non c’è più collaborazione e serenità in azienda? Perché viene il lavoro sacrificato sull’altare del controllo a tutti i costi, ecco la risposta. Noi invece sappiamo che se il dipendente lavora tanto soltanto perché è costretto, l’azienda riceverà da lui sempre qualcosa di sufficiente e mai di eccellente, invece l’eccellenza va alimentata. L’ho visto anche sulla mia pelle e per questo ricordo Olivetti e la fabbrica che va oltre l’impegno quotidiano: siamo fatti per lavorare per “purpose”, non per “task”, cioè per scopi non per compiti, è un concetto più ampio, io sto ricercando qualcosa di più del compito della giornata e allora la mia motivazione cresce.

Qual è allora il tuo “purpose”?

Quando vado da un cliente sto svolgendo un task, ma io parto dal fatto che sto facendo innovazione, quello è il mio purpose, lo scopo più grande, e sono un agente di cambiamento e di innovazione in Italia. E questo arriva. E’ una questione di postura, di come ti poni verso te stesso e verso gli altri.

La situazione economica spesso non aiuta…

Proprio i tempi di crisi dovrebbero invece aiutare a riflettere e agire per venirsi incontro. Come? Dammi di meno ma concedimi lo smart working. Potrà essere complicato per via della burocrazia sul lavoro, ma oggi la produttività è avere persone motivate e aziende più competitive.

Da sempre nel settore vendite, a 33 anni Rosario Carnovale decide di lasciare la grande multinazionale del software, poi crea una piccola realtà per sostenere le aziende nel cambiamento di business e di gestione delle persone, poi ritorna a essere dipendente felice, con testa e postura smart.

federico bianchi smartworking srl CEO

Lo smart working col mito di Ulisse

Per il nostro Blog abbiamo pensato di coinvolgere Alessia Rapone, giornalista già interessata al mondo dello smart working che ha curato proprio, su questo tema, alcune puntate della trasmissione radiofonica di Rai Radio3 “Tresoldi”.

Alessia ha realizzato per noi alcune interviste che pubblicheremo nei prossimi giorni, ecco la prima, buona lettura!


Lo smart working non è il futuro ma il presente possibile per lavorare meglio, raggiungere gli obiettivi professionali, rispettare l’ambiente. Ci crede Federico Bianchi, imprenditore lombardo che vuole traghettare aziende e persone verso il lavoro agile, grazie a un’app e col mito di Ulisse.

Cos’è lo smart working per te?
E’ il punto d’incontro fra i bisogni di una persona e le sfide aziendali. Mi spiego, non significa per forza lavorare fuori il luogo e il tempo dell’ufficio ma trovare il punto di contatto sui risultati attesi: il lavoratore ha maggiore libertà personale e professionale, l’azienda fa business e raggiunge gli obiettivi. Si tratta, nell’aspetto più concreto, di un movimento verso un luogo facile da raggiungere e in cui concentrarsi e lavorare bene.

Come si lavora in azienda?
In azienda… si lavora dentro l’azienda. Le persone invece devono concentrarsi sul proprio lavoro e non sforzarsi di raggiungere il sistema di timbratura col badge. Lavorare significa prendersi delle responsabilità, darsi degli obiettivi e portarli a termine, se ci sono problemi affrontarli in modo professionale. Il luogo non deve diventare un vincolo quando impone alla persona meccanismi di adattamento che lo deconcentrano rispetto all’obiettivo professionale. E questo riguarda sia il dipendente sia l’azienda e i costi fissi che deve sostenere, pensiamo alle funzioni di facility management. Lasciamo allora che il costo di una finestra rotta ricada su un luogo altro rispetto alla sede aziendale e non sia più una responsabilità dell’azienda. Lasciamo che un fornitore apra le porte di un suo spazio e ripari la finestra, noi concentriamoci piuttosto sul contenuto del lavoro.

Come si concretizza la libertà di scelta del luogo di lavoro?
Il mio progetto è offrire un servizio che traghetti aziende e persone verso il lavoro agile attraverso un’app dalle funzionalità semplici e immediate e aperta a tutti. che permetta di vivere anche solo per un giorno una vera e propria smartworking experience. L’app permette di individuare, anche grazie alla segnalazione di altri utenti, i luoghi più adatti a rispondere ai bisogni della propria giornata lavorativa – se devo concentrarmi o fare formazione o entrare in relazione con altre persone – e a fare check in, cioè registrarsi al momento di inizio attività per far sapere all’azienda dove mi trovo e che sono operativo. Poi ci sarà una forma di verifica del proprio modus operandi, ossia una statistica di quante giornate ho lavorato a casa, in coworking, in sede. Su questa piattaforma poi le aziende potranno far registrare i propri dipendenti offrendo la possibilità di vivere una vera e propria smart working experience che può essere di un giorno soltanto, a pacchetti, in base alle necessità condivise. Anche singoli lavoratori, sempre dipendenti, potranno usare l’app, prenotarsi in uno spazio di coworking e vivere un’esperienza nuova. A Milano uno spazio di coworking dedicato e già verificato è Copernico, a via Copernico 38. Si prova e poi si tirano le somme sui ritorni dei singoli in relazione all’esperienza vissuta. Del resto, chiunque abbia uno spazio e voglia metterlo a disposizione può farlo semplicemente contattandoci.

Il progetto funziona se le aziende faranno alzare i dipendenti dalla sedia…
Il lavoro è concentrarsi sulla creazione di valore e liberarsi dai vincoli. Per questo nasce l’app, per questo a febbraio 2015 è nata Smartworking srl, l’iniziativa che offre soluzioni tecnologiche per aiutare in maniera fattiva il dipendente e l’azienda.

Perché le aziende dovrebbero dirti di sì?
Se desiderano dare valore alle proprie risorse, se vogliono risparmiare soldi nella gestione degli asset, per adeguarsi ai tempi e alle necessità che cambiano, per contribuire a ridurre l’impatto ambientale, se vogliono passare da un modello basato sul controllo a uno basato sulla fiducia e maturità del lavoratore. Per tutti questi motivi dovrebbero dire sì.

Sei consapevole che si tratta soprattutto di cambiare il modello mentale?
Finora il modello è lo spostamento casa-lavoro, io vorrei che le persone vivano le proprie “adiacenze”, che non solo usino meno l’automobile ma che conoscano e usino di più il proprio quartiere, il tessuto urbano di riferimento, ne guadagniamo in relazioni proficue. E’ un cambiamento, e un movimento, che è già in corso, la domanda è: vuoi far parte dell’evoluzione o subirla? Io dico alle aziende, sperimentiamo, ciascuna con la propria forma di smart working in base alla propria identità, perché ciascuna deve trovare il proprio modo per evolvere. L’importante è partire, mettersi in viaggio, come fece Ulisse: girò in lungo e largo nel Mediterraneo ma lo fece perché aveva ben chiaro il punto di riferimento a cui tornare, Itaca, casa. Non è la prigione di ogni giorno, la sede aziendale, ma il punto di riferimento anche per le attività fuori dal suo perimetro.

Aspettiamo allora l’uscita dell’app e in bocca al lupo per l’avventura in mare aperto.
L’app uscirà a fine ottobre sugli store iOS e Google Play. Il 20 ottobre parteciperò a Milano al convegno di presentazione dei risultati della ricerca 2015 dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico. Grazie per gli auguri, buona navigazione a tutti.

Nei primi anni del 2000 Federico Bianchi si è occupato di mobilità sostenibile per ridurre gli impatti ambientali degli spostamenti casa-lavoro e favorire il welfare aziendale. Ora fa un salto in avanti e alle aziende propone di far scegliere ai propri dipendenti la sede di lavoro.