Siamo artefici del nostro benessere lavorativo?

Vi vogliamo raccontare due storie diverse, ma simili, che potrebbero mettere in discussione quei capisaldi sui quali abbiamo impostato la nostra vita professionale e sociale.

In entrambe è possibile leggere la volontà di promuovere e mantenere il più alto grado di soddisfazione fisica, psicologica e sociale teorizzato dal modello del “benessere organizzativo”. La prospettiva, però, è qui diversa. Fino ad oggi, il compito di garante era prerogativa dell’azienda; nelle nostre storie sono, invece, i lavoratori che sono diventati artefici del proprio benessere e l’azienda li accompagna con la fiducia.

I nostri protagonisti sono Michele e Laura (i nomi sono di fantasia, ma le le storie sono vere). Entrambi hanno scelto di lavorare a Milano. Ma, soprattutto, tutti e due hanno deciso di cambiare il loro approccio al lavoro.

Michele è un imprenditore bergamasco con alle spalle anni di esperienza e un’attività ben avviata, ma ad un certo punto decide di avventurarsi in un nuovo e ambizioso progetto. Oggi alterna l’attività da casa a quella svolta in uno dei tanti coworking presenti sul territorio milanese, o sui treni che lo portano ai tanti appuntamenti, oppure in una biblioteca vicino alla sua abitazione. Afferma entusiasta che, da quando ha riorganizzato spazi e tempi, la sua vita è migliorata sotto diversi profili.

Ne ha tratto vantaggi perché non usa l’auto, bensì i mezzi pubblici. Sfrutta appieno il suo abbonamento alternando treni, bus, tram e bike sharing (Bikemi e LaBigi). Spesso si muove a piedi, e utilizzando l’apposita applicazione “salute” del suo smartphone Google Fit (Apple Health per chi possiede un iPhone) si è dato un semplice traguardo giornaliero: fare almeno 75 minuti a piedi o in bicicletta. Quando appare l’icona del raggiungimento dell’obiettivo si sente gratificato ed il suo cervello produce dopamina. Per lui, insomma, i continui spostamenti sono diventati l’occasione per abbandonare uno stile di vita sedentario, essere dinamico e incontrare sempre persone diverse e culturalmente stimolanti, oltre che nuovi possibili clienti. Dice: «Il mio “ufficio” apre alle 9.02 quando parte il treno che devo prendere, ho già accompagnato i miei figli a scuola e ho 50 minuti di viaggio per me per organizzare il lavoro e fare qualche telefonata. Lavorare a Milano abitando in provincia si può fare benissimo, basta non prendere il treno delle 8.00, e, se non ho necessità di spostarmi da Bergamo, uso la mia abitazione. Oppure lavoro in un coworking vicino a casa dove riesco a concentrarmi e non mi sento solo».

Naturalmente quella che può sembrare una situazione idilliaca va abbinata ad una condizione di lavoro flessibile in cui gli orari non sono rigidi e ad essere valutato è il risultato indipendentemente dal tempo che si è impiegato per raggiungerlo.

Laura, project manager, quarant’anni e due figli, avrebbe potuto continuare a lavorare nella sua piccola realtà di provincia, vicino casa, adagiandosi su una situazione statica e apparentemente comoda, lasciandosi andare di tanto in tanto a qualche vagheggiamento su un futuro lavorativo maggiormente appagante. Ma lei no. Lei, mamma geek, vuole essere “smart”. Ogni giorno trascorre 4 ore della sua vita sui mezzi pubblici, ma per lei questo non è un tempo sprecato, o sottratto alla sua famiglia, anzi è uno spazio da dedicare solo a sé stessa, a leggere, a studiare, a scaricare le tensioni accumulate in una giornata lavorativa, liberando la mente per essere pronta ad abbracciare i suoi bambini. Sostiene convinta: «…la mia è una scelta di comodo». Nel sentire ciò che racconta rimaniamo perplessi, ma Laura ribadisce che per lei spostarsi ogni giorno da Como a Milano, nonostante il treno ed i suoi ritardi, non è un peso, ma una possibilità.

Anche i suoi sono orari abbastanza flessibili e ogni tanto le è concesso lavorare da casa; lei, però, preferisce muoversi perché vuole incontrare altri professionisti come lei.

Il viaggio è parte integrante del suo modo di lavorare “smart” e le consente di conciliare vita e lavoro senza rinunciare ai propri interessi.

Siamo soliti pensare che una routine quotidiana costituita da un luogo lavorativo fisso, da orari prestabiliti, dai soliti colleghi ecc., sia il presupposto di un’esistenza serena e priva di stress. Dopo aver letto questo breve articolo dovremmo chiederci: ma è davvero così? E soprattutto lo è al giorno d’oggi in un’era di profondi cambiamenti?

Immagine: Papercollage di Vincenzo Musacchio

La trasformazione del lavoro passa anche dallo sharing desk

Mi chiamo Micke, ma anche Malm se vuoi il piano estraibile. Arkelstorp se la tira un po’ perché ha i cassetti e puoi allungare le gambe… Sono la tua scrivania, quella che costa poco ma non pochissimo, che mantiene i tratti nordici di rigore e semplicità, poi le piantine e le piadine le porti tu.

Perché dovrei portare pane e rose?

Perché la sostanza e la bellezza da coltivare sono i diritti fondamentali, qualunque mestiere tu faccia, in qualunque posto tu lo faccia. Lo sono a prescindere da me e da quello che rappresento.

Cosa rappresenti, scrivania?

Sono la tua sicurezza, quel pezzo a cui ti appoggi ogni mattina da chissà quanti anni tutti uguali. Sono la certezza che tu ci sei ancora, sopravvissuta a traslochi, cambi di sede, colleghi in pensione o in aspettativa, maternità, premi e punizioni. Non sono un elemento di arredo soltanto, non faccio ambiente, semmai scelgo le persone.

La scrivania lavora nelle risorse umane?

Vorrei lavorare veramente per loro, diventare più mobile di quanto non sia per natura, cambiare ufficio per qualche giorno, restare vuota e rischiare la polvere. Sarebbe un atto di generosità verso chi ancora si attacca a me come zattera nell’open space caotico oppure vuoto… Che pena, insicuro lavoratore moderno. Vecchio! Non hai capito che basta meno per lavorare in pace?

Ma allora cosa sarà di te, se ti muovi lontano da chi ti vuole?

Non pensarmi arredo, ti ho detto che io scelgo le persone: ci sarò sempre per chi mi tratta, bene o male, senza farmi status né symbol di un’era che è finita, quella con gli uffici e i minuti tutti uguali. Resto, ma senza divisa semmai mi faccio condivisa, divento sharing desk… Suono meglio, in inglese?

Sharing desk, la scrivania non mi appartiene: tu scegli me e io scelgo te, con un sistema a prenotazione dentro spazi di coworking ma anche dentro la stessa azienda che si rinnova. Dico bene?

Faccio risparmiare metri quadri, metto a disposizione tutta me stessa e permetto a voi di conoscervi meglio e costruire reti in cui scambiate competenze e soddisfazioni, documenti e preoccupazioni. Faccio anche la rima, all’occorrenza.

Non ti manca una persona in particolare? Non hai nostalgia di quel lavoratore e delle sue abitudini quotidiane? Scommetto che lui o lei sente il bisogno di averti tutta per sé.

Le abitudini sono care. Sia chiaro, non voglio distruggere nulla e un luogo dove approdare serve a tutti. Tuttavia il primo luogo, con tanto di confini, amici e collaboratori, progetti ed emozioni che lo rendono ancora più caro, lo portiamo già dentro di noi. Nessuna scrivania lo renderà più stabile, più importante, più degno di attenzione e di utilità sociale. Provate a pensare il vostro lavoro senza di me. Poi cercatemi di nuovo, io ci sarò sempre, per uno e per tutti.


L’autrice del post: Alessia Rapone, giornalista e copywriter. Lavora per la comunicazione interna di una grande azienda e realizza progetti multimediali. Affascinata dall’audio, è autrice di racconti e documentari per la radio, fra cui Parole in cuffia (2011), Condominium. Come ti rompo le scatole (2014), Smart working. Contro il logorio della vita moderna (2015).  

Immagine: Papercollage di Vincenzo Musacchio

Lavoro Agile 2016 Cristina Tajani

Lo smart working per far arrivare il lavoro a tutti

Una città in fermento guida il lavoro agile, approccio e soluzione per conciliare tempo di lavoro e tempo di vita, contribuire al benessere dell’ambiente e della comunità, garantire migliori prestazioni delle imprese. Alla vigilia della terza Giornata del Lavoro Agile, Cristina Tajani spiega come l’amministrazione comunale di Milano e la collettività si incontrano e fanno coworking.

Cristina Tajani, assessore alle Politiche per il lavoro, lo Sviluppo Economico, Università e ricerca al Comune di Milano: qual è il suo lavoro? Cosa viene prima?
Le deleghe si tengono, una con l’altra: la formazione è propedeutica al lavoro e quindi allo sviluppo economico. L’obiettivo finale è la creazione di una città in grado di offrire opportunità a un maggior numero di persone possibili, non solo a chi è nato a Milano ma ai tantissimi che ci arrivano per studiare e lavorare, favorendo lo sviluppo dell’impresa innovativa e a impatto sociale e di nuove forme di organizzazione del lavoro.

Il lavoro “agile” è un fenomeno nuovo, cosa ne fa il Comune?
Rilancia la Giornata del Lavoro Agile – quest’anno siamo alla terza edizione, il prossimo 18 febbraio – che non ha la pretesa di stravolgere l’organizzazione del lavoro nella città ma di indicare una possibilità: lavorare anche da postazioni e luoghi non fissi consente di conciliare tempo di lavoro e tempo di vita e risparmiare in spostamenti, traffico, emissioni di anidride carbonica, stress. In una città come Milano, in cui ogni mattina entrano oltre 500.000 persone che vivono nell’hinterland come anche in altre regioni, il tema della gestione del tempo del lavoro in maniera più agile ha impatti forti sia sulla persona sia sulla comunità. Credo che almeno dal punto di vista culturale e del dibattito l’obiettivo sia stato già raggiunto.

Esiste il lavoro agile per i dipendenti del Comune?
In occasione della Giornata del Lavoro Agile i quindicimila lavoratori del Comune di Milano avranno la possibilità di lavorare dalla postazione di un ufficio a loro più comodo: potranno farlo attraverso una piattaforma digitale che consentirà di identificare, scegliere e prenotare una postazione libera presso i diversi uffici comunali in città. E’ un’ottima occasione i molti che spesso, per poter svolgere le proprie mansioni, devono spostarsi da un posto all’altro della città e che invece, grazie a questo nuovo sistema, potranno gestire alcune attività anche lontano dalla loro scrivania. E’ chiaro che poi ci sono figure e mansioni – penso ai vigili urbani, agli insegnanti – che hanno più vincoli rispetto al luogo di lavoro.

Esiste il lavoro agile per Cristina Tajani?

Faccio e facciamo, come squadra, un lavoro impegnativo, che spesso non conosce molta distinzione tra tempo di vita e di lavoro. Insieme a Chiara Bisconti, assessora al Benessere, Qualità della vita, Sport e tempo libero, abbiamo una sensibilità su questi temi che ci deriva da esperienze lavorative precedenti: la città ci ha messo alla prova, noi rispondiamo.

Se lavorasse da un altro luogo potrebbe essere un esempio per i suoi collaboratori o lamenterebbero un’assenza?
Nulla può sostituire il contatto umano e alcune esperienze professionali che si fanno insieme ad altri; tutto sta nel costruire un equilibrio utile a bilanciare tutte le necessità. La presenza, che può non essere quotidiana o per otto ore consecutive, è importante per la formazione di un gruppo professionale, e non è totalmente sostituibile.

Accenna al rischio che se si esce troppo non si è più un’organizzazione?

Sì, il rischio c’è, non è tragico a questo punto del discorso visto che il cambiamento culturale verso il lavoro agile è all’inizio in Italia, ma bisogna ricordare che come tutti i gruppi, anche quelli produttivi e le organizzazioni di impresa hanno il bisogno di ritrovarsi.

A proposito di rischi, lo corrono le donne nel rimanere volontariamente fuori ufficio, vicine alla cura di casa e famiglia, più degli uomini se anche tra questi ultimi non si fa strada l’idea del lavoro agile come opportunità?
E’ un aspetto controverso e ambivalente che già in passato è stato evidenziato dalle organizzazioni sindacali rispetto al tema del telelavoro: meno presenza in ambito lavorativo, più rischio di isolamento sociale per alcune figure professionali e per le donne. E’ il tema del rischio di non riuscire mai a separare la vita dal lavoro. Si tratta di una questione di bilanciamento e di capacità degli ambiti professionali di non segregare rispetto alle scelte di vita, insomma di includere. Oggi sappiamo che le organizzazioni che sono in grado di gestire la diversità ai vertici dell’azienda hanno anche migliori performance economiche. Gestire scelte, modalità e approcci diversi è una risorsa per l’organizzazione e non un limite.



Tra le modalità diverse di lavorare agile c’è la scelta del coworking, spazi di lavoro condivisi. Quanto ci crede Milano, quanto funzionano?
Al momento siamo l’unico comune che non ha voluto affiancare l’iniziativa privata con quella pubblica, cioè con un coworking comunale usando stabili dismessi da affittare per fare spazi di lavoro condivisi. Nel 2011-2012, quando abbiamo cominciato a occuparci della materia, l’iniziativa privata e spontanea del territorio si era già organizzata e noi abbiamo ritenuto più utile valorizzare gli spazi esistenti. Da qui è nato l’albo qualificato degli spazi di coworking.
Con la terza edizione della Giornata del Lavoro Agile vogliamo raggiungere lo sterminato numero di piccole e medie imprese che operano sui nostri territori e mostrare loro che nuove modalità e nuovi spazi di lavoro sono possibili e vantaggiosi. Lo spirito è anche quello di infrangere qualche tabù e scagliare pietre in quello che sembra lo stagno del dibattito: non solo allora grandi imprese e multinazionali, non solo free lance e studi professionali. Cerchiamo di arrivare a tutti e di far arrivare tutti al lavoro.

Quali sono gli strumenti del suo lavoro, quelli che lo rendono più semplice, più agile?
…L’ipad, da cui non mi separo mai, che mi serve per scrivere e per comunicare con le persone del mio staff.


La Terza Giornata del Lavoro agile si svolgerà a Milano il 18 febbraio 2016, tutte le informazioni utili si possono trovare su lavoroagile.it.
E’ stata inoltre realizzata una WebApp per la prenotazione degli spazi di lavoro all’indirizzo giornata.lavoroagile.it

interviste impossibili smartworking

Lo smart working a piccoli passi

Di poche parole ma di rapidi passi, l’incontro con Sara ci riporta a terra, nella dimensione più naturale, infantile eppure già matura per discutere di come spazi e tempi adeguati siano fondamentali per lavorare, crescere, conoscere se stessi e il mondo che ci circonda.

Sara, ma tu non ti fermi mai? Anche ora che stiamo parlando ti muovi, cerchi qualcosa, afferri tutto quello che sta vicino a te. Perché?
Non posso farne a meno: devo toccare con mano la realtà e scoprire se mi piace. Lo faccio con i colori, le forme, gli odori, le cose che mangio, le persone che incontro.



In uno spazio di lavoro non pensi sia un comportamento… fuori luogo? Siamo abituati a regole definite, quantomeno a prassi non scritte ma a tutti note, che prevedono un certo tipo di abbigliamento e di linguaggio, orari concordati e spesso uguali per tutti, poca possibilità di improvvisazione.

La disciplina è importante anche per me – le ore di sonno e quelle delle pappe, il gioco e lo sforzo, stare da soli e passare il tempo con gli altri – ma qui è diverso. Qui puoi essere te stessa fino in fondo, proprio come a casa, ma senza piangere se non vedi la mamma o aspetti per troppo tempo il papà. Perché qui mamma e papà ci sono, ci possono essere.

Che lavoro fa la tua mamma?
Fa le copertine dei libri, anche quelli che legge a me. Poche volte la sto a sentire, mi piace vedere le figure, strappare poi la carta e sentire che suono fa, provare a metterla in bocca ma qualcuno mi ferma sempre in tempo, di solito è il mio amico Claudio oppure le due ragazze che giocano con noi che siamo più piccoli.



Quanto tempo passi nel coworking in cui tua mamma lavora?

Il tempo che ci passa lei, a volte sento le sue telefonate oppure quando ride. Se non la vedo per tanto tempo però non mi preoccupo, so che sta disegnando a colori e allora lo faccio anche io. Io e lei facciamo la stessa cosa quasi tutti i giorni.

Non frequentate tutti i giorni lo spazio di coworking?

Ci sono i giorni in cui restiamo a casa oppure lei va a parlare con i grandi del suo lavoro in un altro posto in cui non mi porta, dice che lì mancano i colori, è più piccolo, non ci sono altri bambini e mi annoierei. Le credo. E poi è lontano da casa.

Quanto conta per te che questo spazio colorato sia vicino alla casa in cui abiti?

Quando usciamo da qui posso fare merenda con le bambine del quartiere e raccontare quello che ho fatto, mamma fa lo stesso con le sue amiche. Dice che si sente come un ponte mobile che collega la sua testa a quella di tante altre persone, in poco spazio e in poco tempo. Mi fa ridere immaginarla così, con la testa aperta e tanti fili fuori.

E tu, come ti immagini quando sarai grande come la tua mamma?
Io voglio cercare persone che vogliono passare il tempo con me a costruire cose che non esistono. Non voglio farmela sotto dalla paura di sbagliare qualcosa, di perdere tempo, di averne poco per mangiare bene e giocare con gli altri.

In base alla tua esperienza e per le tue attività quotidiane, qual è la difficoltà più grande da superare per diffondere questo nuovo modo di lavorare basato sulla condivisione degli spazi e la cura delle persone?
La testa… la testa che fa funzionare solo un filo, fra tutti quelli che ha dentro. Questo è il gradino più alto, quello che ancora ci fa cadere.

Cos’è per te il coworking?

Io non lo chiamo così, non ci riesco, ho solo 14 mesi. Lo chiamo campo aperto, abbraccio, tempo libero. E non mi fare una carezza, ora, solo perché secondo te ho detto una cosa bella. Sono piccola e sono una bambina, ma crescerò anche io.

Va da sé che le note del redattore che dialoga con una bambina piccola in un posto di lavoro per grandi sono tante e non riuscirebbero a stare tra parentesi, come si usa e si legge sui libri. Vale l’ascolto di mugugni, prime parole e interi discorsi abbreviati in vocali sussurrate all’orecchio o urlate per attirare l’attenzione. Vale l’immediata comprensione e restituzione nel linguaggio da adulti dei suoi pensieri più chiari delle nostre parole.
Sara l’ho incontrata nello spazio di coworking in cui i genitori possono svolgere tranquillamente il loro lavoro mentre i bambini sono seguiti da personale qualificato. Un corridoio separa le scrivanie dei coworker dai tavoli dei piccoli e le voci che si sentono non sono pettegolezzi d’azienda ma vere esclamazioni di stupore e soddisfazione per una dado di gomma lanciato e recuperato, per un’idea trasformata in progetto. Sogno o realtà?


L’autrice del post: Alessia Rapone, giornalista e copywriter. Lavora per la comunicazione interna di una grande azienda e realizza progetti multimediali. Affascinata dall’audio, è autrice di racconti e documentari per la radio, fra cui Parole in cuffia (2011), Condominium. Come ti rompo le scatole (2014), Smart working. Contro il logorio della vita moderna (2015).  Alessia ha realizzato per noi anche le interviste a Federico Bianchi C.E.O. di Smartworking S.r.l. (che puoi leggere a questo link) e a Rosario Carnovale dipendente e smartworker convinto (che puoi leggere a questo link).

barca a vela e smart working eva bonacini

Lo smart working in barca a vela

Graphic & Web Designer, Eva Bonacini (inktopix.com), definisce la sua attuale condizione di professionista con l’immagine del mare in cui respirare l’ossigeno giusto per “ricercare, creare e ricercare ancora”. Dopo 23 anni da dipendente diventa una convinta freelance e racchiude tutto il suo smart working in una infografica in cui traccia i vantaggi del lavorare per conto proprio…

Mi piace fare il paragone con il mare perchè “navigo” sempre. In rete e in barca a vela, appena posso permettermelo per questioni di tempo e denaro.
Quando navigo vedo l’orizzonte, non ho paletti, edifici di fronte a me, lo spazio è aperto, le correnti, il vento, le persone con cui condivido gli spazi, gli obiettivi che voglio raggiungere mi guidano nella navigazione e allo stesso tempo mi ossigenano perchè quello che vedo e posso immaginare è sempre diverso.

Lo smart working ideale per me? In barca a vela! (se può interessarvi questo modalità di lavoro esiste davvero, visitate questo link: caboat.org)

Il primo mese da freelance ero gasatissima, lo sono ancora in realtà, ma all’inizio ti senti libera finalmente, è tutto nuovo, hai di fronte un mare infinito di opportunità da cogliere, scoprire, trovare. Ma il mare può essere anche insidioso, infatti mi rendo conto da subito che indosso la tutina della donna invisibile!
Nelle piccole e medie agenzie chi firma i progetti non sono le persone ma l’agenzia. Perchè non puoi pubblicare i progetti seguiti in agenzia, per accordi di non divulgazione. E quindi? Ho avuto qualche momento di panico: “e adesso cosa faccio? 23 anni di esperienza sono svaniti nel nulla?”

Ho cominciato a rispondermi così:”Ok, calma! sei appena nata ma non sei una pivella! Crea il tuo brand, un logo, il sito e i contenuti.”
Inizio a pubblicare infografiche che diffondo sui social, mi iscrivo ai gruppi di designer, blog creativi, riprendo contatti con le persone con cui mi è piaciuto lavorare insomma mi tuffo in rete, fonte inesauribile di spunti, confronti e riscontri.

Come è cambiata la mia vita! Ho ritrovato il tempo perduto: non devo più “accumulare” tutte le commissioni il sabato, posso spalmarle durante la settimana, e scegliere il momento della giornata che preferisco. Chi stabilisce le consegne, le presentazioni? Io, con il cliente. Il mio tempo non è più regolato dall’agenzia che stabilisce le ore in cui mi è permesso lavorare, mangiare o divertirmi.

Il mio tempo ora è regolato dall’obiettivo che voglio raggiungere, qualsiasi esso sia.

Riesco a concentrarmi molto di più, non sono interrotta dalle continue richieste degli account: mi servirebbe il logo ”Chenneso” da inviare allo stampatore ma non so se stampa in quadricromia o in pantone… – ma non puoi chiederglielo? –

Dai ragazzi in stage, dalle riunioni “a che punto siamo e quanto tempo ci mettiamo”, dal report mensile: quante mail hai inviato e quante telefonate hai fatto!? Stress…stress… Anche dal punto di vista economico ho risparmiato molto, non devo più comprarmi un paio di scarpe ogni due settimane per gratificarmi. Ora per gratificarmi vado a Londra mercoledì e giovedì per vedere la mostra di un collettivo americano, e spendo meno! Quindi non sono più vittima delle dinamiche aziendali e della dose di pressioni quotidiana.

Lavoro molto più di prima ma non sono così stanca a fine giornata.

Ho scoperto da alcuni mesi il coworking e lo smart working, penso siano il futuro. Le soluzioni più facili per eliminare lo stress delle dinamiche aziendali. E’ fondamentale per i freelance come me, riuscire ad avere un confronto e una condivisione diretti, non solo virtuali, con persone che lavorano nel mio settore o simili. Per recuperare un rapporto umano che molto spesso manca nella vita di chi lavora da casa per condividere, confrontarsi, crescere personalmente e professionalmente. Le relazioni che ho instaurato in coworking sono molto interessanti, perchè ho scelto le persone con cui confrontarmi e collaborare più affini a me, non fanno parte del “gruppo colleghi”, sono singoli, non sono imposti dall’alto e non sono mai gli stessi…

barca a vela e smart working eva bonacini
L’Infografica con i dati sullo smart working di Eva Bonacini…