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Il 24 settembre presso la sede di Copernico Milano Centrale si svolgerà il convegno di HEI – Human Experience Insights sul tema smart working e digital workplace.

Lo Smart Working inteso come Lavoro Agile, è oggi e continuerà ad essere in futuro un desiderio sempre più presente, lo dimostrano le statistiche in merito. Entro il 2022 la trasformazione del lavoro in Europa interesserà 123 milioni di mobile worker e 10 milioni in Italia rispetto ai 103 e 7 attuali.

In questo contesto sempre più aziende dovranno fare i conti con il processo di  digitalizzazione che le interesserà. Un processo che andrà a modificare gli spazi, i comportamenti e le tecnologie in vista di un modo di lavorare più flessibile, efficace e sicuro. La collaborazione, la responsabilità e la conciliazione saranno caratteristiche fondamentali al fine della buona riuscita di un progetto di innovazione organizzativa.

Il nostro contributo

Per l’occasione noi di Smartworking s.r.l. saremo presenti per discutere sfide e opportunità, dei lavoratori da una parte e delle aziende dall’altra, che questo cambiamento porta con sé.

Tra gli ospiti ci sarà anche Barbara Cottini, HR Director di Gi Group, una delle principali agenzie per il lavoro a livello internazionale. Barbara ci racconterà in prima persona quello che è stato il percorso di introduzione dello Smart Working e di cambiamento culturale lungo il quale la stiamo affiancando e com’è stato viverlo in tutte le sue sfaccettature.

In seguito al suo intervento svolgeremo insieme a tutti i partecipanti un mini laboratorio sull’utilizzo di uno strumento da noi ideato, lo Smart Working Canvas. Quest’ultimo ha lo scopo di essere un supporto per tutte quelle organizzazioni che vogliono, attraverso il progetto Smartworking, attuare un cambiamento culturale nella propria organizzazione.

E per chi avesse qualche dubbio in merito alla legge che disciplina il Lavoro Agile dal 2017, ci sarà Paola Salazar, la nostra Legal Advisor. Lo scopo dell’intervento di Paola sarà quello di fornire ai partecipanti le basi per dare vita ad un nuovo patto tra azienda e lavoratore che vada oltre gli aspetti prettamente legali. Il regolamento di lavoro agile è una parte del percorso che serve per stabilire le regole ed i principi di un nuovo modo di lavorare.

Dalle 9 alle 13 in via Copernico 38 non mancate! L’iscrizione è gratuita seguendo il link per la registrazione qui sotto!

Il lavoro agile è una “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa.”

La legge 81 del 2017 così definisce il Lavoro agile inteso come una modalità flessibile di esecuzione della prestazione lavorativa che ha lo scopo di “incrementare la competitività” e “agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro“. Al centro vengono posti i lavoratori e il loro benessere, un dipendente più felice lavora in modo più efficace e l’azienda trae innumerevoli benefici da questo meccanismo. Primo tra questi una maggior efficienza e quindi una maggior competitività.

La chiave: lavorare per obiettivi

Anche conosciuto come Smart working, il Lavoro Agile offre la possibilità al lavoratore subordinato di lavorare “per obiettivi”. Per questo motivo oggi possiamo parlare di lavoro “smart” e quindi, lavoro intelligente. Da un approccio di “controllo” siamo passati ad uno di “raggiungimento” dei risultati e la tecnologia, in questa cornice, gioca un ruolo fondamentale. Senza di essa il lavorare “per obiettivi” sarebbe di fatto impossibile.

Grazie alla tecnologia infatti oggi i lavoratori agili possono lavorare ovunque. Che sia da casa o da un coworking non importa, ciò che è fondamentale è avere una connessione funzionante e l’accesso a tutto il materiale necessario al fine di svolgere le attività che ci si era prefissati di terminare.

Un breve quadro di quello che è e sarà il futuro del lavoro. Senza organizzazione, stili di leadership, autonomia e responsabilità verso i propri dipendenti non sarà possibile transitare verso questo scenario. Scenario che richiede la chiara definizione di specifiche regole di condotta.

Trovate qui l’articolo completo della nostra Paola Salazar.

paola salazar lavoro agile
Paola Salazar

Avete mai pensato a quale possa essere lo spazio giusto per lo smart working?

Giacomo ha 47 anni, è CFO di AMC Italia e vuole portare al più presto all’interno della struttura una cultura più imprenditoriale e agile. Vuole che l’impresa sia guidata da una vision precisa: “Le persone devono lavorare in modo smart e per farlo serve un’azienda smart in tutto”.

Cambiare sede

Il cambio di sede, previsto in 12 mesi, avrebbe potuto rappresentare un primo passo concreto verso questo scenario dal punto di vista degli spazi e soprattutto nell’approccio ad un nuovo modo di lavorare. Purtroppo le proposte ricevute erano troppo focalizzate sulla dimensione estetico-funzionale degli spazi, ma le sfide per Giacomo e il board erano più complesse, perché legate agli approcci lavorativi delle persone e ad alcune abitudini non più funzionali alle sfide di business di AMC.

Un progetto ‘vivo’

Giacomo e tutto il board volevano un progetto ‘vivo’ inserito in una prospettiva a lungo termine, che fosse una leva di cambiamento culturale e non un semplice cambio di sede. Desideravano un progetto sostenibile e completo grazie al quale il management potesse condividere i valori fin dall’inizio cercando di ‘portare a bordo’ tutte le persone.

Quando Smartworking s.r.l. incontra Giacomo gli propone di lavorare in co-progettazione affrontando la sfida di ideare uno spazio di lavoro moderno per cogliere le opportunità di un nuovo modo di collaborare delle persone.
Federico Bianchi e Rosario Carnovale di Smartworking hanno aiutato AMC a realizzare un layout di spazi e tecnologie definitivo, affiancato da un piano di azioni di change management e di digital transformation per dare vita ad una azienda moderna.

Giacomo Montemagno - lo spazio giusto per lo smart workingL’intervista dopo il progetto

Federico Bianchi, founder di Smartworking s.r.l., ripercorre in questa intervista a Giacomo Montemagno le fasi del progetto mettendo in evidenza i primi passi di un’impresa che vuole diventare agile senza prescindere dalla connessione tra persone, tecnologia e spazi.

Inizio ringraziandoti, Giacomo, per il tempo che stai dedicando a questa nostra intervista e per gli spunti che darai ai lettori. Quando ci siamo incontrati hai detto che volevi una azienda smart in modo che le persone potessero lavorare in modo agile, c’è un episodio che ha scatenato questa idea?
L’input forte è arrivato dal direttore generale che non voleva semplicemente traslocare l’azienda. Posso dire sinceramente che non avevo colto subito il messaggio, infatti non intendeva solo l’aspetto materiale o l’adozione di soluzioni tecnologiche per renderci più digitali.
Inizialmente abbiamo pensato a postazioni wireless o sale riunioni con lavagne virtuali ma, nonostante questo non sia stato poi realizzato, abbiamo poi capito che si trattava di condividere l’idea di un cambio di cultura. Una domanda a cui rispondere è stata di sicuro ‘come organizziamo gli spazi?’ ma ci siamo resi conto che prima avremmo dovuto rispondere in modo chiaro a ‘come lavoriamo in questi spazi?’.
Avevamo bisogno di trovare qualcuno, ad esempio un consulente, per cambiare il nostro modo di lavorare e non avremmo potuto farlo da soli perché saremmo stati troppo influenzati dalla nostra esperienza.

Cosa significava lavorare in modo smart per Giacomo Montemagno, all’inizio del progetto? E oggi, cosa è cambiato?
Inizialmente conoscevo il concetto di smart working dal punto di vista del significato più comune, ma non avevo mai approfondito.
Mi sono documentato e ho iniziato a capire che avevamo bisogno di qualcosa che ci facesse sganciare, nel vero senso della parola, dalla postazione di lavoro.
Sono arrivato alla conclusione che, il cambio di sede, è stata una opportunità per cambiare il modo di relazionarci, di ridisegnare i processi partendo dal rapporto tra le persone e, successivamente, poterci dedicare alla progettazione degli arredi e delle strutture per diventare un’azienda smart.

Quali sono le caratteristiche di una persona che lavora in modo smart?
Innanzitutto deve essere in grado di rivedere costantemente quello che fa e come lo fa. Il modo migliore è chiedersi, per esempio: “Ha senso ciò che sto facendo? Ha ancora senso? Perché lo faccio in questo modo?”
Si tratta di mettere in discussione il modo in cui si lavora.
Farsi questo tipo di domande implica doversi dare delle risposte e per farlo, non è necessario essere in ufficio, otto ore davanti al computer o per forza seduti alla propria scrivania.
Probabilmente basterebbe investire tempo nel capire come lavorare nel miglior modo possibile, stando lontano dagli schemi e dal ‘abbiamo sempre fatto così’.

In quali abilità deve allenarsi una persona per lavorare in modo smart?
Ci si deve allenare a lavorare in squadra, riducendo distanze e gerarchie.
Il lavoro agile deve essere una questione che riguarda tutti, tutti devono adottare un atteggiamento smart.
Servono degli esempi concreti, delle indicazioni da seguire, ci devono essere dei percorsi. Per alcuni sarà più facile, per altri sarà più difficile, altri ancora avranno bisogno di più tempo ma una buona squadra sa coinvolgere tutti verso l’obiettivo.

Quali sono le paure più grandi di un CFO, sul lavoro agile?
Credo proprio che sia la perdita di controllo sotto vari aspetti: costi, efficienza o benefici.
Ci si deve rendere conto che viene attivato un processo che ha bisogno di tempo per dare i suoi frutti perché incide sulla cultura interna che si deve modificare e adattare. Da parte del management è necessario passare da un approccio di controllo ad uno di responsabilità. Solo questo atteggiamento permette allo smart working di garantire la produttività, l’efficacia e il ROI atteso.

E come si affrontano, secondo te?
Innanzitutto, parlo per i miei omologhi CFO o C level in genere, dobbiamo ‘saltare’ e, con coraggio, decidere di puntare sulla responsabilità più che sul controllo, come dicevo prima.
Ognuno di noi, persone di azienda a tutti i livelli, dobbiamo chiederci: “cosa farei se l’azienda fosse mia?”. Credo proprio che sia l’atteggiamento giusto per uscire dall’ottica di dipendente, creando dialogo su ogni cosa e scardinando gerarchie inutili.

In che cosa ti ha cambiato questo progetto?
Di sicuro sto progressivamente abbandonando l’idea di dover controllare tutto. Qualche piccola ansia c’è ancora ma posso dire che non si tratta di una necessità fondamentale.
Se ho bisogno di una conferma la chiedo, se ho un dubbio lo verifico. Ho acquisito consapevolezza che fiducia implica responsabilità e viceversa.

Se potessi conservare un ricordo del lavoro svolto, quale sceglieresti e perché?
Il primo workshop fatto insieme a Rosario e Federico con solo il gruppo dirigente.
Abbiamo veramente messo a nudo il modo di vedere l’azienda di ognuno di noi e le aspettative sul futuro dell’azienda. È stato utile e illuminante dare forma, attraverso le immagini, a ciò che si respira in azienda ed è stato efficace perché l’abbiamo fatto tutti insieme: marketing, HR, settore finanziario.
Ci siamo sentiti accomunati dalla stessa voglia di essere più leggeri e meno pesanti, seppur con obiettivi specifici differenti.

Come immagini AMC tra 10 anni? E Giacomo Montemagno?
Posso dire come mi piacerebbe vederla. Essendo un’azienda di vendita diretta mi piacerebbe vederla connessa in una maniera molto più stretta con la rete commerciale grazie alla tecnologia, all’essere smart e all’essere al passo coi tempi.
Vorrei che diventasse un’azienda attrattiva per i clienti e per chi vuole lavorare in AMC, che abbia una identità riconosciuta internamente ed esternamente.
Io mi auguro che ciò che faccio continui a piacermi e che piaccia a chi deve lavorare con me. Dieci anni però è un tempo troppo lungo per dire quale sarà ‘il mio posto nel mondo’ ma spero comunque di non avere rimpianti.

Immagina di raccontare la tua esperienza al CFO di un’altra azienda. Se volesse imbarcarsi in un cambio culturale per la sua azienda, da dove gli consiglieresti di partire, concretamente?
Gli direi di cominciare col chiedersi dove vuole andare e poi di mettere sul tavolo ciò che sente come un peso.
In ogni caso gli consiglierei di non farlo da solo, ma con persone che possano facilitare un vero e proprio percorso verso il lavoro agile, in grado di aiutarti a cambiare il punto di vista in termini di persone, spazi e tecnologia come è successo a noi in AMC.

Clicca qui per approfondire le attività svolte in AMC

Il 13 giugno saremo ospiti al Palazzo delle Stelline di Milano per la seconda edizione di “The Humanizing Era”, il convegno di HEI – Human Experience Insights che si propone di esplorare come sta cambiando il lavoro nella nostra era.

Per l’occasione, noi di Smartworking, parleremo del caso AMC, l’azienda leader nella vendita di prodotti innovativi per la cucina, e di come abbiamo collaborato, con il board e il personale a tutti i livelli, al fine di sviluppare un progetto efficace di smartworking.

Se volete sapere come si è trasformata da ieri ad oggi la realtà di AMC vi aspettiamo all’evento per raccontarvelo meglio!

smartworking per HEI

Ecco il link per iscriversi!

https://hei.network/the-humanizing-era-seconda-edizione/

Vi vogliamo raccontare due storie diverse, ma simili, che potrebbero mettere in discussione quei capisaldi sui quali abbiamo impostato la nostra vita professionale e sociale.

In entrambe è possibile leggere la volontà di promuovere e mantenere il più alto grado di soddisfazione fisica, psicologica e sociale teorizzato dal modello del “benessere organizzativo”. La prospettiva, però, è qui diversa. Fino ad oggi, il compito di garante era prerogativa dell’azienda; nelle nostre storie sono, invece, i lavoratori che sono diventati artefici del proprio benessere e l’azienda li accompagna con la fiducia.

I nostri protagonisti sono Michele e Laura (i nomi sono di fantasia, ma le le storie sono vere). Entrambi hanno scelto di lavorare a Milano. Ma, soprattutto, tutti e due hanno deciso di cambiare il loro approccio al lavoro.

Michele è un imprenditore bergamasco con alle spalle anni di esperienza e un’attività ben avviata, ma ad un certo punto decide di avventurarsi in un nuovo e ambizioso progetto. Oggi alterna l’attività da casa a quella svolta in uno dei tanti coworking presenti sul territorio milanese, o sui treni che lo portano ai tanti appuntamenti, oppure in una biblioteca vicino alla sua abitazione. Afferma entusiasta che, da quando ha riorganizzato spazi e tempi, la sua vita è migliorata sotto diversi profili.

Ne ha tratto vantaggi perché non usa l’auto, bensì i mezzi pubblici. Sfrutta appieno il suo abbonamento alternando treni, bus, tram e bike sharing (Bikemi e LaBigi). Spesso si muove a piedi, e utilizzando l’apposita applicazione “salute” del suo smartphone Google Fit (Apple Health per chi possiede un iPhone) si è dato un semplice traguardo giornaliero: fare almeno 75 minuti a piedi o in bicicletta. Quando appare l’icona del raggiungimento dell’obiettivo si sente gratificato ed il suo cervello produce dopamina.

Per lui, insomma, i continui spostamenti sono diventati l’occasione per abbandonare uno stile di vita sedentario, essere dinamico e incontrare sempre persone diverse e culturalmente stimolanti, oltre che nuovi possibili clienti. Dice: «Il mio “ufficio” apre alle 9.02 quando parte il treno che devo prendere, ho già accompagnato i miei figli a scuola e ho 50 minuti di viaggio per me per organizzare il lavoro e fare qualche telefonata. Lavorare a Milano abitando in provincia si può fare benissimo, basta non prendere il treno delle 8.00, e, se non ho necessità di spostarmi da Bergamo, uso la mia abitazione. Oppure lavoro in un coworking vicino a casa dove riesco a concentrarmi e non mi sento solo».

Naturalmente quella che può sembrare una situazione idilliaca va abbinata ad una condizione di lavoro flessibile in cui gli orari non sono rigidi e ad essere valutato è il risultato. Indipendentemente dal tempo che si è impiegato per raggiungerlo.

Laura, project manager, quarant’anni e due figli, avrebbe potuto continuare a lavorare nella sua piccola realtà di provincia, vicino casa, adagiandosi su una situazione statica e apparentemente comoda, lasciandosi andare di tanto in tanto a qualche vagheggiamento su un futuro lavorativo maggiormente appagante. Ma lei no. Lei, mamma geek, vuole essere “smart”. Ogni giorno trascorre 4 ore della sua vita sui mezzi pubblici, ma per lei questo non è un tempo sprecato, o sottratto alla sua famiglia, anzi è uno spazio da dedicare solo a sé stessa. Legge, studia, scarica le tensioni accumulate in una giornata lavorativa, liberando la mente per essere pronta ad abbracciare i suoi bambini. Sostiene convinta: «…la mia è una scelta di comodo». Nel sentire ciò che racconta rimaniamo perplessi, ma Laura ribadisce che per lei spostarsi ogni giorno da Como a Milano, nonostante il treno ed i suoi ritardi, non è un peso, ma una possibilità.

Anche i suoi sono orari abbastanza flessibili e ogni tanto le è concesso lavorare da casa; lei, però, preferisce muoversi perché vuole incontrare altri professionisti come lei.

Il viaggio è parte integrante del suo modo di lavorare “smart” e le consente di conciliare vita e lavoro senza rinunciare ai propri interessi.

Siamo soliti pensare che una routine quotidiana costituita da un luogo lavorativo fisso, da orari prestabiliti, dai soliti colleghi ecc., sia il presupposto di un’esistenza serena e priva di stress. Dopo aver letto questo breve articolo dovremmo chiederci: ma è davvero così? E soprattutto lo è al giorno d’oggi in un’era di profondi cambiamenti?

Immagine: Papercollage di Vincenzo Musacchio

Mi chiamo Micke, ma anche Malm se vuoi il piano estraibile. Arkelstorp se la tira un po’ perché ha i cassetti e puoi allungare le gambe… Sono la tua scrivania, quella che costa poco ma non pochissimo, che mantiene i tratti nordici di rigore e semplicità, poi le piantine e le piadine le porti tu.

Perché dovrei portare pane e rose?

Perché la sostanza e la bellezza da coltivare sono i diritti fondamentali, qualunque mestiere tu faccia, in qualunque posto tu lo faccia. Lo sono a prescindere da me e da quello che rappresento.

Cosa rappresenti, scrivania?

Sono la tua sicurezza, quel pezzo a cui ti appoggi ogni mattina da chissà quanti anni tutti uguali. Sono la certezza che tu ci sei ancora, sopravvissuta a traslochi, cambi di sede, colleghi in pensione o in aspettativa, maternità, premi e punizioni. Non sono un elemento di arredo soltanto, non faccio ambiente, semmai scelgo le persone.

La scrivania lavora nelle risorse umane?

Vorrei lavorare veramente per loro, diventare più mobile di quanto non sia per natura, cambiare ufficio per qualche giorno, restare vuota e rischiare la polvere. Sarebbe un atto di generosità verso chi ancora si attacca a me come zattera nell’open space caotico oppure vuoto… Che pena, insicuro lavoratore moderno. Vecchio! Non hai capito che basta meno per lavorare in pace?

Ma allora cosa sarà di te, se ti muovi lontano da chi ti vuole?

Non pensarmi arredo, ti ho detto che io scelgo le persone: ci sarò sempre per chi mi tratta, bene o male, senza farmi status né symbol di un’era che è finita, quella con gli uffici e i minuti tutti uguali. Resto, ma senza divisa semmai mi faccio condivisa, divento sharing desk… Suono meglio, in inglese?

Sharing desk, la scrivania non mi appartiene: tu scegli me e io scelgo te, con un sistema a prenotazione dentro spazi di coworking ma anche dentro la stessa azienda che si rinnova. Dico bene?

Faccio risparmiare metri quadri, metto a disposizione tutta me stessa e permetto a voi di conoscervi meglio e costruire reti in cui scambiate competenze e soddisfazioni, documenti e preoccupazioni. Faccio anche la rima, all’occorrenza.

Non ti manca una persona in particolare? Non hai nostalgia di quel lavoratore e delle sue abitudini quotidiane? Scommetto che lui o lei sente il bisogno di averti tutta per sé.

Le abitudini sono care. Sia chiaro, non voglio distruggere nulla e un luogo dove approdare serve a tutti. Tuttavia il primo luogo, con tanto di confini, amici e collaboratori, progetti ed emozioni che lo rendono ancora più caro, lo portiamo già dentro di noi. Nessuna scrivania lo renderà più stabile, più importante, più degno di attenzione e di utilità sociale. Provate a pensare il vostro lavoro senza di me. Poi cercatemi di nuovo, io ci sarò sempre, per uno e per tutti.


L’autrice del post: Alessia Rapone, giornalista e copywriter. Lavora per la comunicazione interna di una grande azienda e realizza progetti multimediali. Affascinata dall’audio, è autrice di racconti e documentari per la radio, fra cui Parole in cuffia (2011), Condominium. Come ti rompo le scatole (2014), Smart working. Contro il logorio della vita moderna (2015).  

Immagine: Papercollage di Vincenzo Musacchio

Alessia Rapone, giornalista e copywriter. Lavora per la comunicazione interna di una grande azienda e realizza progetti multimediali. Affascinata dall’audio, è autrice di racconti e documentari per la radio, fra cui Parole in cuffia (2011), Condominium. Come ti rompo le scatole (2014), Smart working. Contro il logorio della vita moderna (2015). 

Alessia ha realizzato per noi anche le interviste a Federico Bianchi C.E.O. di Smartworking S.r.l. (che puoi leggere a questo link) e a Rosario Carnovale dipendente e smartworker convinto (che puoi leggere a questo link).


Quando facevo l’università c’erano alcuni libri che bisognava assolutamente avere, uno era Oltre il senso del luogo, di Joshua Meyrowitz, edizioni Baskerville. Titolo invitante per seguire, in più di 500 pagine, il racconto di come i media elettronici avessero cambiato la percezione di spazi e di tempi, la fruizione delle notizie, la relazione fra persone e prima di tutto la costruzione della propria identità. Un processo destinato a continuare, mancava solo l’ultimo tassello, il lavoro.

Ogni giorno in cui rimango intrappolata nella metropolitana che fa ritardo o per guasti tecnici si blocca, ogni volta che l’amministrazione della città si mostra incapace di fronteggiare un temporale e la pioggia diventa subito “paralisi alluvione”, ripenso al titolo di quel libro del 1995 e sorrido nonostante tutto: potrei dare un clic a distanza con la tazza di caffè di casa mia in mano, scrivere furiosamente per ore e telefonare dall’altra parte del mondo così come dare una voce veloce al collega… Perché non lo faccio, perché non lo facciamo?

Quali tensioni ci portiamo dentro e quali proposte condividiamo fuori? Cosa stiamo sperimentando?

Nel giro italiano e olandese realizzato per il documentario radiofonico di Radio 3 Smart working. Contro il logorio della vita moderna ho incontrato persone “smart” nella testa prima che negli orari e nei luoghi di lavoro, ho ascoltato storie dell’Italia di Fantozzi, che quest’anno compie 40 anni, mi sono convinta ancora una volta che l’attaccamento al lavoro non passa sempre e comunque per la sedia e la scrivanie personali tutto il giorno tutti i giorni ma è legato a progetti diversi in tempi definiti e modalità concordate e che il dipendente di un’azienda resta dipendente anche senza il suono del badge che segna l’ingresso e l’uscita dallo stesso edificio: centri di coworking in punti strategici della città per pendolari urbani, caffè attrezzati, la propria casa così come spazi più ampi e creativi possono permettere un tempo del lavoro nuovo e proficuo. E l’open space non è necessariamente apertura di spazi mentali.

Hanno riflettuto e scherzato con me seri professionisti di grandi aziende, sindacalisti, free lance e dipendenti di lungo corso. Le parole che ricorrevano erano curiosità e coraggio, anche paura. Quest’ultima legata a falle nei percorsi di carriera e alla socializzazione sul luogo di lavoro, le prime necessarie per fare il salto e permettere dunque di risparmiare sui costi e liberare energie.

Non serve la metro rotta e il nubifragio per voler credere nella fedeltà del dipendente da una parte così come nei piani di sviluppo delle Risorse Umane dall’altra: dobbiamo andare “oltre il senso del luogo” e staccarci da abitudini pur rassicuranti come la pausa caffè coi colleghi alla stessa ora, la riunione del venerdì, giovedì gnocchi. Serve la testa. E una normativa che tuteli il lavoratore, gli impedisca di essere pronto h24 e ne riconosca merito ed idee, spirito di squadra e goal in campionato.

E io? Io dipendo dagli orari dell’ufficio e dai progetti, dai responsabili e dal mio senso di responsabilità, dai tempi della metropolitana – si è capito che l’argomento mi sta a cuore? Vivo a Roma – e dal mio tempo interiore. In sintesi, dal fatto che mi piace quello che faccio e che racconto.

Per il nostro Blog abbiamo pensato di coinvolgere Alessia Rapone, giornalista già interessata al mondo dello smart working che ha curato proprio, su questo tema, alcune puntate della trasmissione radiofonica di Rai Radio3 “Tresoldi”.

Alessia ha realizzato per noi alcune interviste che pubblicheremo nei prossimi giorni, qui di seguito trovi la seconda ma se ti sei perso la prima a Federico Bianchi puoi leggerla a questo link.


Il lavoro agile non esiste, esiste il lavorare bene. Per Rosario Carnovale è il passaggio dal concetto di task a quello di purpose che permette di trovare il proprio ruolo e il proprio scopo, al di là dei compiti della giornata e per il bene di azienda e dipendente.

Rosario, sei un lavoratore smart?

Sì, se si intende muoversi con la testa oltre che con le gambe. Lavoro in un’azienda di consulenza, la maggior parte di noi sta presso i clienti, in un certo senso siamo già “smart”, per modalità e tempi di lavoro. Vengo da un’esperienza di 10 anni in una multinazionale in cui, vuoi per la dimensione vuoi per la necessità di regole e leggi, lavorare smart era più forma che sostanza. Certo, ognuno poi trova la propria dimensione e lì lavoravo a due minuti da casa.  Ma a un certo punto ho lasciato e adesso è diventato importante poter lavorare uno, due giorni a settimana vicino casa.

Dove lavori ora?

In tre posti, ma non contemporaneamente. Mi muovo tra Milano, Vercelli, Chiavenna. Proprio a Chiavenna, in Valtellina, abbiamo una sede dedicata alla nostra formazione, è un convento del 1600 dove facciamo workshop, incontri, è adatto alla concentrazione più che al lavoro di routine. E’ il nostro luogo di meditazione.

Cos’è per te il lavoro agile?

In realtà il lavoro agile non esiste, esiste il lavorare bene. Bisogna vincere il concetto che ti lega al contratto inteso come cartellino e basta e alla produttività a tutti i costi. Si tratta di una battaglia di mentalità, quindi culturale. Mi spiego, quando le aziende cominceranno a capire che per vincere la competizione globale bisogna avere dipendenti felici, allora tutti avranno vinto: solo risorse motivate possono fare di più. Le nuove aziende lo stanno imparando, penso alle start up, e lo stanno imparando almeno per un fattore: la capacità di attirare talenti. I talenti non vanno a lavorare per chi li annoia, o in luoghi noiosi, dove c’è scarsa motivazione. Se io datore di lavoro metto al primo posto la felicità, è sì un vantaggio egoistico ma è un bene per tutti.

Facciamo un esempio concreto?

Mi viene in mente il tavolo da ping pong nella nostra sede, non nell’ex convento. All’inizio qualcuno aveva paura a farsi vedere, invece ora lo usiamo e i risultati si vedono, verso noi stessi più ricaricati, verso il cliente contento e verso il capo. Voglio dire, non è più il tempo della mera produttività come negli anni Settanta, Ottanta. Se si deve guardare indietro, ricordiamo piuttosto Adriano Olivetti e l’esperienza di Ivrea.

Perché pensi a Olivetti?

Prima di tutto questo io facevo il business coach e la domanda che ponevo era: perché non c’è più collaborazione e serenità in azienda? Perché viene il lavoro sacrificato sull’altare del controllo a tutti i costi, ecco la risposta. Noi invece sappiamo che se il dipendente lavora tanto soltanto perché è costretto, l’azienda riceverà da lui sempre qualcosa di sufficiente e mai di eccellente, invece l’eccellenza va alimentata. L’ho visto anche sulla mia pelle e per questo ricordo Olivetti e la fabbrica che va oltre l’impegno quotidiano: siamo fatti per lavorare per “purpose”, non per “task”, cioè per scopi non per compiti, è un concetto più ampio, io sto ricercando qualcosa di più del compito della giornata e allora la mia motivazione cresce.

Qual è allora il tuo “purpose”?

Quando vado da un cliente sto svolgendo un task, ma io parto dal fatto che sto facendo innovazione, quello è il mio purpose, lo scopo più grande, e sono un agente di cambiamento e di innovazione in Italia. E questo arriva. E’ una questione di postura, di come ti poni verso te stesso e verso gli altri.

La situazione economica spesso non aiuta…

Proprio i tempi di crisi dovrebbero invece aiutare a riflettere e agire per venirsi incontro. Come? Dammi di meno ma concedimi lo smart working. Potrà essere complicato per via della burocrazia sul lavoro, ma oggi la produttività è avere persone motivate e aziende più competitive.

Da sempre nel settore vendite, a 33 anni Rosario Carnovale decide di lasciare la grande multinazionale del software, poi crea una piccola realtà per sostenere le aziende nel cambiamento di business e di gestione delle persone, poi ritorna a essere dipendente felice, con testa e postura smart.

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